Nov
29

Che la Costituzione sia considerata un orpello demodé in questo strano periodo della nostra storia è provato dalle conseguenze di un fatto che è rimbalzato sulle pagine dei giornali con i consueti toni scandalistici: una nota ministeriale intitolata “Commemorazione dei sei soldati morti a Kabul” aggiungeva – all’informazione sul tragico evento del 17 settembre scorso, che tutti ricorderanno – un “invito” rivolto ai dirigenti a “promuovere nelle scuole occasioni di riflessione e di solidale partecipazione, osservando alle ore 12,00 di lunedì p.v., in concomitanza con i funerali solenni, un minuto di silenzio”. Un invito è un invito, si sa. Si può declinare, accettare. Non implica coercizione. Non prevede accoglimento necessario. Simonetta Salacone, dirigente della scuola Iqbal Masih, una delle anime della scuola democratica nel nostro Paese, che all’epoca non accolse l’invito – per una serie di motivi che qui è inutile sottolineare e che, soprattutto, non aggiungono nulla al senso di questa riflessione – è sotto procedimento disciplinare per aver declinato? ignorato? non accolto? non ricevuto in tempo? l’invito di Gelmini. In realtà, qualsiasi sia la risposta a quelle domande, nell’atteggiamento della Salacone si configurano soprattutto due principi sanciti dalla nostra Costituzione: la libertà d’insegnamento dell’art. 33 e l’autonomia scolastica riconosciuta dal nuovo Titolo V (art. 117). Principi che evidentemente non sono da considerarsi elemento significativo per assumere o no un provvedimento contro l’”indisciplinata” Salacone. Talmente indisciplinata da animare, lo scorso anno, un movimento di resistenza appassionata alla scuola-Gelmini; che si configurava sotto forma di decreto-legge (senza possedere requisiti di necessità e urgenza) e normava sotto forma di circolare ministeriale sulle iscrizioni la materia ancora non approvata contenuta nel regolamento sulla scuola primaria. Il non essere esecutori acritici del Berlusconi pensiero non va bene. E certe violazioni, a quanto pare, non ammettono perdono. Questa triste storia – giocata tra reali violazioni ministeriali e patetica coercizione demagogica all’omologazione ad un rituale collettivo di pura forma (il minuto di silenzio) che nulla dice sull’effettiva partecipazione a un realissimo dramma determinato da un realissimo stato di guerra – ci racconta un’Italia in cui le vie per intimorire, stigmatizzare, mortificare sono infinite. E assumono, in modo sempre più preoccupante, l’obiettivo strategico della repressione degli ormai rari rigurgiti di scuola democratica, laica, autonoma, riflessiva.

Nov
20

Scrivo questo post per la prima volta con un bellissimo e-Mac, schermo 20 pollici, che mi è appena stato regalato. Annoto questo dato per fermare ancora di più nel tempo l’emozione che questo dono mi ha provocato. Ma procediamo.
Ieri, ascoltando casualmente – cosa che non faccio mai – il Tg2 delle 13.00 vengo attirata dalla notizia che alcuni licei di Roma avrebbero deciso di affibbiare il 5 in condotta ai ragazzi che occupano la scuola; inoltre che “l’intenzione di manifestare” da parte dei ragazzi sarà repentinamente segnalata alle famiglie via sms (miracolo della tecnologia!). Rimango piuttosto sconcertata dalla notizia; scandalizzata decisamente dalla seconda. Non foss’altro perché in questo mese a Roma molti licei hanno occupato simbolicamente, organizzando “didattica alternativa”, informazione sui regolamenti Gelmini, talvolta anche con l’aiuto degli insegnanti. E le cose sono andate avanti piuttosto pacificamente e senza particolari attriti. Un analogo servizio è stata passato sul Tg del Lazio.
La scuola raramente ha l’onore delle cronache. Ma l’apoteosi della funzionalità degli strumenti che il nostro lungimirante ministro ha approntato per reprimere, non sfugge ai più attenti professionisti della piaggeria. Ad una stampa compiacente e pronta a battere i tacchi e mettersi sull’attenti. Nessuna analisi, nessuna riflessione sul fenomeno. Solo il senso della vittoria del Bene sul Male. Solo il trionfo di serietà, autorità, muscolarità, dagli effetti rassicuranti. Eppure nel vuoto pneumatico dell’informazione, della partecipazione, di una politica che ha dimenticato mandato e vocazioni, di un sistema di imbarbarimento diffuso e istituzionalizzato, la notizia dovrebbe essere (si tratta, oltre che di una notizia, di un vero e proprio miracolo) il fatto che ragazzi figli di Maria de Filippi e delle scatole che ti fanno diventare ricco, del Grande Fratello e dei riflettori che creano la realtà e la annullano quando si spengono, trovino voglia, motivazione, energia per scendere in piazza, per manifestare, per tentare di capire qualcosa di questo liquame mefitico in cui vivono. Che per un attimo tentino di sottrarsi al destino di consumatori acritici al quale li abbiamo troppo spesso condannati o nel quale colpevolmente li lasciamo. Non sto legittimando l’occupazione delle scuole. Ma credo che un Paese che abbia a cuore il proprio futuro non possa non rallegrarsi del rigurgito di partecipazione che in molti istituti si sta manifestando, nonostante il disinteresse, l’inerzia, la passività di tanti degli adulti di riferimento. Forse loro, i ragazzi, si stanno accorgendo che ci stanno smontando pezzo dopo pezzo la scuola. Forse sono meno tristi e depressi di noi, più disposti ad una reazione. Forse di questo dovremmo almeno incuriosirci, se non interessarci. Cosa fareste voi, se vi arrivasse un sms per avvertirvi che – attenzione! – vostro figlio “ha intenzione” di manifestare?

Nov
08

Contraddizioni

postato da marina boscaino in "Riforma" Gelmini, tagli

Leggo sul “Corriere della Sera” di oggi un pezzo di Giulio Benedetti che riferisce di uno studio della Banca d’Italia, che ho scaricato e che mi accingo a studiare, che dimostrerebbe che un buon diploma e una buona laurea significano una maggiore possibilità di trovare un’occupazione, salari più elevati ecc: in conclusione, un ritorno dell’8% del capitale investito per ciascun anno di corso (al Sud il 9%). Un rendimento medio privato per ogni anno di istruzione ben maggiore di qualunque altra forma di investimento. E questo solo per considerare il guadagno individuale derivante dalla formazione, trascurando quindi le “economie esterne” e i vantaggi che toccano tutta la collettività.
Molto bene, in fondo la conferma di quanto – in termini differenti – pansiamo, diciamo, scriviamo da anni. Che va a corroborare con dati economici una serie di altri concetti – la cultura emancipante, la cultura come rafforzamento della cittadinanza, la cultura come costruzione di identità, la cultura come creazione di lavoratori più felici e consapevoli – che ci porta a individuare nelle politiche di risparmio con cui da anni si gestisce la scuola della Repubblica una delle più colpevoli mortificazioni del processo di crescita del Paese.
Quello che decisamente stupisce è il commento di Gelmini ai dati evidenziati dallo studio degli economisti Cingano e Cipollone: «Il modo migliore per rispondere alla crisi è prendere atto che siamo nel­la società della conoscenza, e dunque occorre attrezzarsi». Verba volant, lo sappiamo. E nessuno si prenderà mai la briga – in questo come in molti altri casi – di inchiodare Gelmini all’incoerenza delle sue affermazioni. Alcuni dei modi che hanno scelto: distruggere il sistema del team e delle compresenze alla scuola primaria, indicato in tutta Europa come un modello didattico estremamente efficace; decurtare 140.000 unità di personale scolastico; aumentare il rapporto alunni/docente per classe; ideare una “riforma” della scuola secondaria che taglia tempo scuola, discipline, laboratori e – di conseguenza – sostegno per i diversamente abili, inclusione per i migranti; annullare qualunque possibilità di biennio unitario, che avrebbe consentito di continuare a sperare in un innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni. Decidere, infine, di indicare nella scuola lo strumento per la definitiva divaricazione tra destini socialmente determinati: i nati bene al liceo; gli altri al tecnico e al professionale. L’operazione frutta allo Stato 8 miliardi di risparmio (l’ammontare dei tagli). Una cifra che forse ci suggerisce che la cultura e il danaro non sono beni omologabili ed equipollenti. E che il rendimento del singolo individuo non ha lo stesso senso del rendimento di uno Stato.
Il “risparmio” di Gelmini avrà un doppio effetto: ridurre la qualità del servizio (pertanto la stessa prestazione costa ai cittadini di più e il rendimento individuale scende); rendere i cittadini meno produttivi qualora non suppliscano con la spesa privata, essendo la qualità del servizio diminuita.

Nov
03

Provate a prendervi la briga di contare – consultando un qualsiasi motore di ricerca o su una qualsiasi rassegna stampa specializzata – gli articoli che da un anno e mezzo a questa parte i quotidiani hanno dedicato al pur importante, ma non così sostanziale, tema del “grembiulino”; provate a quantizzare gli interventi relativi al voto in condotta, la panacea per ogni male della scuola, che funziona da deterrente al bullismo come una spolverata di zucchero su una tana di formiche. Fiumi di parole, milioni di caratteri digitalizzati per spiegare, chiosare, commentare. Mentre qualcuno si occupava di “informare” su questi demagogici segni di rigore, di ordine, su questo interventismo da operetta di facile impatto mediatico e di facile suggestione nell’immaginario collettivo il trio Tremonti-Gelmini-Brunetta faceva fuori 140.000 posti di lavoro (tra docenti e personale Ata) “risparmiando” 8 miliardi di euro in 3 anni, spalmati sul taglio del personale e su tagli alle scuole. Innescava la guerra tra poveri (docenti di ruolo e docenti precari) affidando ai primi (con la complicità di presidi più realisti del re) il compito di neutralizzare i secondi. Scardinava l’architettura scolastica in ogni sua declinazione, dalla primaria alla secondaria di II grado, nell’indifferenza sostanziale di politica e opinione pubblica rispetto a un vulnus inferto al nostro sistema di istruzione statale che promette di essere difficilmente sanabile. Indeboliva ulteriormente il già precario credito che la società affida ai docenti di ogni ordine e grado, marchiandoli con la lettera scarlatta di “fannulloni”. Dimenticava completamente il problema della sicurezza negli edifici scolastici, dove i nostri figli, i nostri studenti, noi lavoratori trascorriamo molte ore della giornata. Minava, insomma, in maniera definitiva il diritto allo studio. Compiva poi scorribande inaccettabili in materie le più varie – dalla contrattazione sindacale, alla adozione dei libri di testo, all’ora di religione cattolica – infliggendo a diritti sindacali, libertà di insegnamento, laicità della scuola colpi violentissimi. E molto molto altro ancora. Ci sarà modo di parlarne. L’informazione dov’era?
La notizia di oggi è che anche il coordinamento dei precari aderisce al sit-in del 6 novembre davanti alla Rai. Ma per trovarla dovete navigare pazientemente in Rete.

Nov
02

Davide e Golia

postato da marina boscaino in "Riforma" Gelmini, deviazioni mediatiche

Venerdì 6 novembre alle 14.00 presidio davanti alla RAI, a Roma, per la mancata
informazione sui problemi della scuola: il silenzio o la malainformazione dei media – occupati a registrare pedissequamente le tappe dell’ultimo scivolone a sfondo sessuale di chi dovrebbe concentrarsi forse con maggiore attenzione sul mandato che elettrici ed elettori gli hanno affidato e sulla responsabilità pubblica che l’opzione politica automaticamente comporta – comincia ad essere talmente tangibile da diventare finalmente bersaglio della protesta della scuola che non si arrende. Come Davide e Golia si fronteggeranno la parte del Welfare più dignitosamente consapevole della propria mancanza di appeal (in quanto non produttiva di risultati quantizzabili in termini immediatamente economici, non produttiva di profitto) e un sistema della (dis)informazione più o meno generalizzata, che quei risultati pretende per accendere e spegnere i riflettori sulla realtà, avendo il potere di farla diventare notizia. Il picconamento programmato della scuola pubblica italiana, la sua distruzione pezzo per pezzo hanno destato qualche curiosità ai tempi dell’accanimento sul “gioiello di famiglia” (la scuola primaria). Sulle superiori un ostinato silenzio disinteressato.

Oct
31

La carota e il bastone

postato da marina boscaino in "Riforma" Gelmini, insegnanti

Molti di noi lo avranno visto al Tg1 di qualche sera fa sbracciarsi, come di consueto, e spiegarci con la sua area dottorale e saccente che siamo stati cattivi, che meritiamo una punizione, che adesso pagheremo le conseguenze delle nostre azioni. Non sto esagerando: con l’aria dell’istitutore che non vorrebbe, ma che deve, profondamente convinto del valore educativo delle bacchettate sulle mani, Brunetta ha spigato ai lavoratori del Pubblico Impiego che le regole cambiano ancora, per colpa loro, del loro assenteismo, della loro inefficienza, della loro improduttività. La fascia di reperibilità per malattia aumenta di 3 ore. Così impariamo. Non siamo stati abbastanza capaci – noi lavativi-fannulloni-improduttivi-assenteisti – di meritare la carota che, benevolmente, ci aveva concesso di riportare la fascia a 4 ore, dopo che erano state ampliate a 11. Non sono una fan dell’epica “insegnanti tutta brava gente”. Ma credo che una generalizzazione così sconsiderata e irrispettosa da parte di un ministro non possa che produrre un’automatica difesa di una categoria che, come tutte, ha i suoi chiari e i suoi scuri. Ma che, come tutte e forse più di altre, merita rispetto per la funzione che globalmente svolge per la crescita del Paese.
Le ritorsioni legislative a carattere autoritario, come il 5 in condotta, la non ammissione agli esami con un’insufficienza e altri provvedimenti che il governo ha ispirato – a scuola come altrove – alla logica del pugno di ferro, sono i meno idonei a raggiungere l’obiettivo dell’interesse generale. Non a caso è lecito dubitare che sia proprio quello l’obiettivo di chi ci governa.

Oct
27

Un uno-due di “Repubblica” sui regolamenti delle scuole superiori, che prospettano quadri orario, tagli di discipline, un riordino che ancora non è legge (perché deve ancora superare l’iter previsto per l’approvazione definitiva e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale) come se lo fossero, ha scatenato reazioni immediate da parte delle scuole; molto più di qualunque manifestazione, di qualunque convegno, di qualunque assemblea sindacale. Di qualunque tentativo di informarsi seriamente, professionalmente, su quanto ci si sta abbattendo addosso. Di un’onesta e seria lettura dei regolamenti, insomma.
Quegli articoli sono capitati nel periodo “caldo” dell’orientamento: il periodo in cui le scuole superiori si rivolgono agli alunni delle III medie e alle loro famiglie per aiutarli a decidere la scuola da scegliere (possibilmente la propria, a dispetto di qualsiasi vocazione). E’ una delle strane logiche in cui il neoliberismo imperante ha piombato la nostra povera scuola: la vendita di un prodotto, magnificandone caratteristiche e potenzialità. L’elogio del Pof, insomma.
Da quando l’autorevole quotidiano ha prospettato una realtà (ahimé) probabile come defintiva, scuole medie e superiori hanno cominciato a scaldare gli ingranaggi della potente macchina dell’orientamento, molto spesso non preoccupandosi di verificare le notizie. Più che Gelmini poté Intravaia, sarebbe il caso di dire (è questo il nome del giornalista che si occupa su “Repubblica”, quasi sempre in maniera piuttosto seria e documentata, di questioni scolastiche). “Repubblica” ha spiegato ai docenti italiani che c’è la “riforma” che non c’è (ancora). E molti degli insegnanti le hanno creduto. L’onere della prova di dimostrare il contrario (e cioè la verità) alle donne e agli uomini di buona volontà. E’ successo un articolo: ovvero l’informazione e la formazione nel nostro Paese.

Oct
19

“La Repubblica” di venerdì scorso riporta due pagine intere dedicate alla cosiddetta riforma delle superiori: un pasticcio improvvisato e pedestre che divarica definitivamente i destini dei giovani su base sociale, da una parte i “nati bene” frequentatori dei licei; dall’altra gli “sfigati”, accompagnati verso un’istruzione tecnico-professionale che sempre meno somiglia alla scuola e sempre più a un avviamento precoce al lavoro e a un subappalto esternalizzato. Una documentazione abbastanza dettagliata di tagli di ore, spostamenti di materie, annullamento di discipline declinata con impassibile oggettività, quasi si trattasse di calcoli ragionieristici e non del crollo di qualunque idea di scuola dell’inclusione e dell’emancipazione; di scuola coerente con la complessità del fuori; di scuola della cittadinanza. Del crollo di qualunque progetto culturale svincolato da miseri vincoli di bilancio.
Il concetto più ripetuto: la diminuzione del tempo scuola e l’impoverimento dell’offerta formativa, che tocca tutti gli istituti. Un dato su tutti: in media le superiori perderanno 3 ore settimanali, cioè il 10% del tempo scuola complessivo. Non è una notizia neutra. Direi si tratta di una vera e propria tragedia culturale, oltre che umana, considerando le conseguenze in termini di posti di lavoro tagliati. Eppure silenzio. La notizia è più o meno stata diffusa da giugno, quando i regolamenti delle superiori sono stati approvati dal Consiglio dei Ministri. Da allora non un editoriale, non un intervento televisivo da parte dell’intellighenzia del nostro Paese. Non un commento esplicito da parte dell’”opposizione”. La demolizione della scuola della Repubblica è ai massimi storici. L’attenzione su di essa al minimo.

Oct
19

Osserviamo insieme?

postato da marina boscaino in "Riforma" Gelmini

Proprio per la mia duplice esperienza – di insegnante e di pubblicista che si è occupata esclusivamente di politiche scolastiche – mi piacerebbe che questo spazio rappresentasse un ossrvatorio dal quale segnalare il modo in cui i media riflettono (sul)la scuola. Si tratta di un punto di vista interessante, se solo si pensa all’influenza che quella rappresentazione ha sulla percezione e sulla coscienza che la collettività ha del nostro sistema di istruzione e delle politiche che coloro che ci governano individuano ed applicano.

Oct
17

Inaugurazione

postato da marina boscaino in "Riforma" Gelmini

Esordisco oggi nel mondo dei bloggers. Ho esperienza di scrittura su quotidiani tradizionali e sul sito di Pavonerisorse dove mi sono occupata di politiche scolastiche, argomento che tratterò anche in questo spazio, che ho aperto come regalo di compleanno.
Benvenuti!
Marina

  marina boscaino

Insegnante militante (insegna Italiano e Latino in un liceo classico di Roma), pubblicista (ha lavorato per l'Unità, ora per il Fatto Quotidiano, occupandosi esclusivamente di politiche scolastiche) crede ancora fermamente all'importanza dell'impegno, della collaborazione, della cultura, della scuola della Costituzione. Fa parte del comitato tecnico-scientifico di Proteofaresapere, dell'associazione Per la scuola della Repubblica. I suoi amori: Lorenzo e Margherita, il suo Mac, la montagna - soprattutto d'estate -, cantare.