Mar
08

Volontarietà obbligatoria

postato da marina boscaino in tagli

In tempi bui come quelli che stiamo attraversando, mi sembra utile impiegare uno spazio democratico anche per segnalare all’attenzione dei cittadini italiani situazioni che non trovano spazio negli articoli della stampa nazionale, ma che pure stanno rendendo ancora più difficile la vita scolastica quotidiana.
In un tempo ormai lontano, era l’interesse generale a guidare senza ambiguità la gran parte di coloro che facevano il nostro lavoro: l’abiura ai diritti fondamentali era considerata impensabile e si vigilava con intransigenza sulla loro esigibilità, nella consapevolezza di far parte di una comunità educante democratica, laica, pluralista, disponibile alla dialettica, ma rigorosa sui punti qualificanti: la scuola dell’obbligo è gratuita, come recita la Costituzione, mai scomodata come in questi tempi di disattenzione e di inerzie.
Mi provengono da molte scuole, ultima in ordine di tempo la Scuola Media Fabrizio De Andrè di Roma, segnalazioni di richieste ai genitori di una somma di denaro, ambiguamente chiamata “contributo volontario”. Nel caso citato, di 35 euro.
Alle superiori (obbligatorie solo nel tratto iniziale e per altro in concorrenza con la formazione professionale e perfino con l’apprendistato, in una furbesca interpretazione dell’obbligo d’istruzione) il “contributo volontario” esiste da tempo, e configura una vera e propria tassa, nei fatti tutt’altro che facoltativa, che letteralmente condiziona – in questi tempi di fili della borsa stretti, di ritorsione continua ai danni della scuola (di Stato, come ci ha ricordato a più riprese il Capo), di debito del ministero con le singole scuole pari a 1 mld e mezzo che non verrà mai rifuso –la sopravvivenza degli istituti stessi.
Da qualche tempo, ed oggi in maniera sempre più consistente, si stanno adeguando anche le scuole medie. Lo fanno nelle maniere più fantasiose, vincolando all’esborso dei genitori polizze assicurative ulteriori e non meglio specificati servizi. Ciò che è grave – oltre a questo bricolage in autonomia dell’Autonomia scolastica, che viola obblighi e prescrizioni costituzionali – è la clausola imposta alle famiglie con sempre maggiore frequenza: il mancato esborso dà luogo a ritorsioni contro i ragazzi.
Come nel caso della scuola citata: la De André (una media con popolazione scolastica particolarmente eterogenea, con circa 50 diversabili, con moltissimi migranti che la frequentano) prevede che il non pagamento della tassa comporti automaticamente che i ragazzi non partecipino alle visite guidate, anche di mezza giornata. Un caso di rimozione straordinaria di diritti. No soldi, no apprendimento.
La scuola media è obbligatoria nella sua totalità di percorso e gratuita nella sua natura istituzionale e costituzionale; il contributo invece “volontario”. Ma capita da qualche tempo che gli insegnanti si trovino ad organizzare uscite cui partecipa meno della metà della classe. Una delle tante odiose forme di prepotenza, di rimozione del principio di uguaglianza, di creazione all’interno di comunità scolastiche che dovrebbero essere per loro stessa natura luogo di integrazione, condivisione, rimozione degli ostacoli, emancipazione e pari opportunità, di criteri contrari.
È così che una parte della scuola italiana, la scuola di base, si sta attrezzando – costretta o meno, non importa – a far fronte all’ondata di delegittimazione e alle vergognose restrizioni economiche: dividendo, creando barriere, determinando soprusi, rinnegando la propria stessa natura. Non c’è dubbio che delibere come quelle della De André – ma da lungo tempo una scuola media storica di Roma, la Mazzini, ha imboccato a sua volta la strada del contributo volontario – non stenterà – visti i tempi che stiamo vivendo – a trovare ulteriori emuli.
Ma questo non farà altro che aprire un ulteriore baratro tra il mandato costituzionale della scuola pubblica nel nostro Paese e le condizioni in cui e a cui concretamente la scuola si trova ad operare.
La grave inerzia di quanti – in nome dell’irrisorietà della cifra, della logica del fai da te, dell’adeguamento al “così fan tutti” – assistono tacitamente alla creazione di queste barriere, in una una logica di intervento che svincola l’amministrazione scolastica e lo Stato dalle loro responsabilità istituzionali, non farà altro che rafforzare impunità, mistificazioni e malefatte di governi che – sotto i nostri occhi, sulle nostre spalle di lavoratori e contro il diritto all’apprendimento dei ragazzi – stanno saccheggiando la scuola pubblica, anche con queste complicità. C’è bisogno di procedere in direzione ostinata e contraria.

Apr
27

Comunicazione urgente.

postato da marina boscaino in opposizione-opposizione?, tagli

Oggi, 28 aprile, alle ore 15:00 andrà in onda su rai 3, in diretta televisiva,
un’interrogazione parlamentare sulla mancanza di fondi delle scuole per le supplenze
brevi e sulla illegalità della divisione degli alunni per classe.
L’interrogazione parlamentare verrà presentata dagli onorevoli Anita Di
Giuseppe e Antonio Di Pietro di Italia dei Valori su richiesta e sollecitazione
dell’ UNICOBAS.
Vediamo un po’ cosa rispondono…

Apr
07

La notizia è di questi giorni: 100 euro per studiare una seconda lingua straniera al liceo, aggiuntive rispetto al cosiddetto contributo, volontario solo di nome, perché di fatto, ormai, è diventato elemento di sussistenza inalienabile per molte scuole. Che cosa sta accadendo? I tagli Gelmini si faranno sentire, in termini di posti di lavoro e di insegnamenti, da settembre nella scuola superiore. E allora ecco la risposta più ovvia, la più scontata, ma anche la più pericolosa per l’integrità della scuola pubblica. Una risposta che viene dalla civilissima Bologna: gli studenti del Liceo Righi avranno l’opportunità di studiare una lingua in più, pagando quello che il preside definisce un “ticket” di circa 100 euro. La cosiddetta riforma, infatti, ha tagliato il bilinguismo allo scientifico. Scuola pubblica, come si vede, comincia ad essere un concetto sempre più fluttuante: la possibilità della seconda lingua sarà riservata a coloro che potranno permettersela. C’è da giurare che non sarà né la prima né l’ultima infrazione. E – se solo lasciamo lavorare l’immaginazione – gli scenari ipotizzabili sono moltissimi. Tutti sempre più lontani dall’idea forte di scuola dello Stato che garantisca pari opportunità per tutti e che serva da strumento di emancipazione rispetto alle condizioni sociali di partenza. Bilancio di questa prima questua: 150 sui 310 iscritti al prossimo anno scolastico hanno scelto di pagare. Un grave arretramento in termini di pari opportunità. Prove tecniche di privatizzazione.

Dec
28

Non si può negare che l’informazione migliore, più dettagliata e rigorosa sulla scuola italiana venga dal “Sole24ore”. Un recente articolo ci illustra la scuola che dobbiamo aspettarci per il prossimo anno. Oltre alla sfilza di numeri piuttosto inquietanti, che scandisce le modalità attraverso le quali nel corso dei prossimi mesi prenderà corpo il taglio drammatico ai danni della scuola preventivato dalla Finanziaria del 2009, colpiscono in particolare due aspetti.
Il primo è una conseguenza non sufficientemente sottolineata dell’operazione di macelleria socio-culturale configurata dall’intera operazione: circa un anno fa i giornali riportavano dichiarazioni incrociate di Gelmini, Brunetta e soprattutto Tremonti, tese a ribadire che il 97% del bilancio totale del ministero dell’Istruzione è determinato dai costi del personale e che quella era la voce da abbattere in maniera più definitiva. Per capire che all’intenzione sono seguiti i fatti, basta considerare i posti di lavoro tagliati. Ma anche l’azzeramento di tutto ciò che concerne la programmazione didattica e amministrativa, che ha ridotto le scuole – questa volta realmente e omogeneamente – nelle condizioni di avere problemi nell’ordinaria gestione di carta igienica, carta, toner, manutenzione delle macchine.
Se da una parte mancano gli strumenti primari per la sopravvivenza, si fa gran sfoggio degli investimenti previsti nella digitalizzazione e nelle “nuove” (sempre nuove, ahimé) tecnologie. In pool position è il nuovo totem della modernità: la LIM, lavagna elettronica multimediale, sulla cui efficacia in dimensione squisitamente culturale pochi si stanno spendendo; la formazione, come nelle migliori tradizioni e tanto per mantenere una parte dei docenti nella convinzione che le tecnologie sono e saranno sempre “Nuove”, è operata quasi esclusivamente sul piano addestrativo. Pochissime le riflessioni sugli aspetti cognitivi di questo strumento. E’ previsto un investimento di 2 milioni sull’e-book in una condizione in cui, a distanza di più di un anno dalle prime adozioni e di quasi 2 anni dalle campagne governative su questo dispositivo (tutte giocate sul caro libri e sul peso degli zaini) la riflessione (fuori e dentro le scuole) latita. Il lavorio è tutto delle case editrici, tese ad adeguare i propri prodotti alle nuove disposizioni. Poco o nulla su quanto il cambiamento potrebbe comportare – in positivo o in negativo – rispetto alla qualità dei prodotti.
Innegabilmente la scuola italiana – in particolare la superiore – ha bisogno di interventi sostanziali; la mia convinzione è che questi debbano andare in direzione completamente opposta a quella configurata dal progetto (per il momento) Gelmini-Tremonti. Che licenzia una scuola paradossale: niente carta igienica; donne e uomini che hanno impegnato le proprie vite in una condizione precaria definitivamente esplulsi dal sistema; tecnologie sfavillanti, a cui però ci si accosta con una logica da “saper fare”, sempre più dominio dei cosiddetti “esperti”. Un progetto politico, quello di riscattare la scuola dalla sua funzione di “ascensore sociale”, rendendola invece strumento di sedimentazione di destini socialmente determinati. Nessun progetto culturale. Schizofrenia istituzionalizzata sotto il segno di parole d’ordine amate da molti: rigore, modernità, semplificazione, ordine. Siamo molto lontani dalla meta.

Dec
23

Il taglio è salvo!

postato da marina boscaino in "Riforma" Gelmini, tagli

Settimana convulsa, quella prima di Natale. Un vero e proprio tour de force. Per quanto riguarda la scuola superiore sta accadendo di tutto, di più. Ma, se scorrete le rassegne stampa specializzate, vi accorgerete che quasi nessuno dei nostri quotidiani si è preso la briga di occuparsi di problemi e tematiche che potrebbero cambiare completamente il volto del segmento superiore dell’istruzione italiana.
I regolamenti Gelmini sul “riordino” – fantasiosa definizione per intendere “taglio”, considerato che alla base di tale operazione c’è la legge 133/08 di Tremonti, quella che ha previsto una sottrazione di circa 8 miliardi di euro ai danni della scuola nel triennio 2009-11 -, hanno collezionato pareri negativi da tutti gli organi competenti: il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, la Conferenza Unificata delle Regioni, il Consiglio di Stato. Il parere della Commissione Parlamentare della Camera è stato bloccato, in attesa di un pronunciamento del Consiglio di Stato, che ha sottolineato alcune criticità dei regolamenti. Nel giro di 10 giorni, a quanto pare dalle ultime indiscrezioni, i dubbi sono stati fugati. Per saperlo dobbiamo consultare la stampa specializzata: i media generalisti sono tradizionalmente disinteressati a vicende che non siano i precari in mutande o il disabile picchiato nel bagno di scuola.
Nel giro di pochissimi giorni, dunque, non sappiamo ancora come, il ministero potrebbe avere sciolto i dubbi avanzati dal Consiglio di Stato. In merito a cosa? I regolamenti prevedono di affidare a decreti ministeriali materie come la definizione degli indicatori per la valutazione, gli obiettivi specifici di apprendimento, l’articolazione delle cattedre: snodi delicati che dovrebbero essere affidati ad un provvedimento avente forza di legge, quindi ulteriori regolamenti, con iter ben più lungo del Dm.
Sul raccordo tra le disposizioni dei regolamenti e il Dpr 275/99 (Autonomia scolastica) il Consiglio di Stato ha sollevato non poche questioni: quella della quota di curricolo lasciata alla decisione delle singole scuole per venire incontro alle esigenze e vocazioni del territorio; o quella della costituzione di dipartimenti e comitati tecnico-scientifici, imposta dai regolamenti e che invece dovrebbe essere lasciata alla libera determinazione delle autonomie scolastiche.
Il Consiglio di Stato non ha invece avuto nulla da osservare in merito alle procedure adottate per l’emanazione dei regolamenti. L’ art. 64 della legge 133 del 6 agosto 2008 (Contenimento della spesa per il pubblico impiego, Disposizioni in materia di organizzazione scolastica) prevedeva al comma 3 “per la realizzazione delle finalità previste dal presente articolo [i tagli economici di cui si è detto su, ndr]” il ministro dell’Istruzione e quello dell’Economia predispongono un piano programmatico di interventi” e al comma 4 “per l’attuazione di quel piano devono essere adottati entro 12 mesi “uno o più regolamenti”. Si tratta dei regolamenti. Dal 6 agosto 2008 ad oggi sono passati ben più di 12 mesi e i regolamenti non sono stati ancora approvati. Le scuole si troveranno ad affrontare l’orientamento degli alunni delle medie in una situazione di rabberciata incertezza, con una gran parte della materia non ancora normata. Il lavoro sugli organici, sul soprannumero, la mobilità dei docenti verranno esaminati in tempi incongrui rispetto al normale, considerando che le iscrizioni alle superiori (per via di questo caos) potrebbero subire l’ulteriore proroga al 25 marzo.
In questa situazione si sono chiuse le scuole, in questa stessa si riapriranno, in attesa che il 14 gennaio la Commissione Cultura della Camera approvi i regolamenti e che questi passino in seconda lettura al Consiglio dei Ministri, per essere poi pubblicati. Il contenitore vuoto è servito. Il caos che ne deriverà è facilmente immaginabile. Ma almeno si è garantita la possibilità che la scure che Tremonti ha preventivato sulla scuola italiana si abbatta con la scansione prevista e senza intoppi.

Nov
08

Contraddizioni

postato da marina boscaino in "Riforma" Gelmini, tagli

Leggo sul “Corriere della Sera” di oggi un pezzo di Giulio Benedetti che riferisce di uno studio della Banca d’Italia, che ho scaricato e che mi accingo a studiare, che dimostrerebbe che un buon diploma e una buona laurea significano una maggiore possibilità di trovare un’occupazione, salari più elevati ecc: in conclusione, un ritorno dell’8% del capitale investito per ciascun anno di corso (al Sud il 9%). Un rendimento medio privato per ogni anno di istruzione ben maggiore di qualunque altra forma di investimento. E questo solo per considerare il guadagno individuale derivante dalla formazione, trascurando quindi le “economie esterne” e i vantaggi che toccano tutta la collettività.
Molto bene, in fondo la conferma di quanto – in termini differenti – pansiamo, diciamo, scriviamo da anni. Che va a corroborare con dati economici una serie di altri concetti – la cultura emancipante, la cultura come rafforzamento della cittadinanza, la cultura come costruzione di identità, la cultura come creazione di lavoratori più felici e consapevoli – che ci porta a individuare nelle politiche di risparmio con cui da anni si gestisce la scuola della Repubblica una delle più colpevoli mortificazioni del processo di crescita del Paese.
Quello che decisamente stupisce è il commento di Gelmini ai dati evidenziati dallo studio degli economisti Cingano e Cipollone: «Il modo migliore per rispondere alla crisi è prendere atto che siamo nel­la società della conoscenza, e dunque occorre attrezzarsi». Verba volant, lo sappiamo. E nessuno si prenderà mai la briga – in questo come in molti altri casi – di inchiodare Gelmini all’incoerenza delle sue affermazioni. Alcuni dei modi che hanno scelto: distruggere il sistema del team e delle compresenze alla scuola primaria, indicato in tutta Europa come un modello didattico estremamente efficace; decurtare 140.000 unità di personale scolastico; aumentare il rapporto alunni/docente per classe; ideare una “riforma” della scuola secondaria che taglia tempo scuola, discipline, laboratori e – di conseguenza – sostegno per i diversamente abili, inclusione per i migranti; annullare qualunque possibilità di biennio unitario, che avrebbe consentito di continuare a sperare in un innalzamento dell’obbligo scolastico a 16 anni. Decidere, infine, di indicare nella scuola lo strumento per la definitiva divaricazione tra destini socialmente determinati: i nati bene al liceo; gli altri al tecnico e al professionale. L’operazione frutta allo Stato 8 miliardi di risparmio (l’ammontare dei tagli). Una cifra che forse ci suggerisce che la cultura e il danaro non sono beni omologabili ed equipollenti. E che il rendimento del singolo individuo non ha lo stesso senso del rendimento di uno Stato.
Il “risparmio” di Gelmini avrà un doppio effetto: ridurre la qualità del servizio (pertanto la stessa prestazione costa ai cittadini di più e il rendimento individuale scende); rendere i cittadini meno produttivi qualora non suppliscano con la spesa privata, essendo la qualità del servizio diminuita.

Nov
03

Provate a prendervi la briga di contare – consultando un qualsiasi motore di ricerca o su una qualsiasi rassegna stampa specializzata – gli articoli che da un anno e mezzo a questa parte i quotidiani hanno dedicato al pur importante, ma non così sostanziale, tema del “grembiulino”; provate a quantizzare gli interventi relativi al voto in condotta, la panacea per ogni male della scuola, che funziona da deterrente al bullismo come una spolverata di zucchero su una tana di formiche. Fiumi di parole, milioni di caratteri digitalizzati per spiegare, chiosare, commentare. Mentre qualcuno si occupava di “informare” su questi demagogici segni di rigore, di ordine, su questo interventismo da operetta di facile impatto mediatico e di facile suggestione nell’immaginario collettivo il trio Tremonti-Gelmini-Brunetta faceva fuori 140.000 posti di lavoro (tra docenti e personale Ata) “risparmiando” 8 miliardi di euro in 3 anni, spalmati sul taglio del personale e su tagli alle scuole. Innescava la guerra tra poveri (docenti di ruolo e docenti precari) affidando ai primi (con la complicità di presidi più realisti del re) il compito di neutralizzare i secondi. Scardinava l’architettura scolastica in ogni sua declinazione, dalla primaria alla secondaria di II grado, nell’indifferenza sostanziale di politica e opinione pubblica rispetto a un vulnus inferto al nostro sistema di istruzione statale che promette di essere difficilmente sanabile. Indeboliva ulteriormente il già precario credito che la società affida ai docenti di ogni ordine e grado, marchiandoli con la lettera scarlatta di “fannulloni”. Dimenticava completamente il problema della sicurezza negli edifici scolastici, dove i nostri figli, i nostri studenti, noi lavoratori trascorriamo molte ore della giornata. Minava, insomma, in maniera definitiva il diritto allo studio. Compiva poi scorribande inaccettabili in materie le più varie – dalla contrattazione sindacale, alla adozione dei libri di testo, all’ora di religione cattolica – infliggendo a diritti sindacali, libertà di insegnamento, laicità della scuola colpi violentissimi. E molto molto altro ancora. Ci sarà modo di parlarne. L’informazione dov’era?
La notizia di oggi è che anche il coordinamento dei precari aderisce al sit-in del 6 novembre davanti alla Rai. Ma per trovarla dovete navigare pazientemente in Rete.

  marina boscaino

Insegnante militante (insegna Italiano e Latino in un liceo classico di Roma), pubblicista (ha lavorato per l'Unità, ora per il Fatto Quotidiano, occupandosi esclusivamente di politiche scolastiche) crede ancora fermamente all'importanza dell'impegno, della collaborazione, della cultura, della scuola della Costituzione. Fa parte del comitato tecnico-scientifico di Proteofaresapere, dell'associazione Per la scuola della Repubblica. I suoi amori: Lorenzo e Margherita, il suo Mac, la montagna - soprattutto d'estate -, cantare.