Feb
27

La “bulimia oratoria”, come l’ha chiamata Angela Finocchiaro, di Silvio Berlusconi non risparmia la scuola pubblica. Non è la prima volta, lo sappiamo. Ma in questo momento in cui lo iato tra ruolo istituzionale del premier, sue condotte private e pubbliche e dichiarazioni contro alcune delle maggiori istituzioni della Repubblica rischia di creare un vero e proprio corto-circuito della democrazia, la cosa fa ancora più impressione. Platea, plaudente e connivente, quella del congresso del movimento dei Cristiano Riformisti.
manifesto di propaganda congresso dei Cristiani Riformisti
Il presidente del Consiglio ha stigmatizzato la possibilità, il “rischio” che ai genitori possa essere impedito di scegliere una scuola privata (da chi? Non certo da questo governo che, a fronte di 8mld di euro tagliati in 3 anni alla scuola pubblica ha mantenuto inalterati o addirittura ha aumentato i sussidi a quella privata? Da chi? Dalle regioni di centro destra che, come la Lombardia, elargiscono il buono scuola a chi non si serve della scuola dello Stato?). I ragazzi – secondo il capo del governo – sarebbero così lasciati in balia di insegnanti incapaci di educare, perché “inculcano idee diverse da quelle che vengono trasmesse dalla famiglia”.
L’anacronistico e ingiustificato delirio ossessivo a sfondo anti-’68 non cessa di occupare la mente di Berlusconi.
Che però dovrebbe ricordare che gli art. 33 e 34 della nostra Costituzione parlano della nostra scuola pubblica, laica, pluralista; dovrebbe ricordare che quel delirio – soprattutto perché con ogni probabilità strumentale – offende un milione di lavoratori e – al contempo – le famiglie che scelgono consapevolmente l’opzione pubblica a quella privata. Dovremmo ricordare, noi, che l’attacco alle istituzioni della Repubblica è ormai una necessità quasi patologica per un presidente del Consiglio incapace di trattenere esternazioni di una gravità addirittura inedita: e ce ne vuole, considerato ciò a cui ci ha abituati.
I lavoratori della scuola sono tutti chiamati a tener conto di questo irresponsabile accanimento nel delegittimare uno strumento di emancipazione, di educazione, di cittadinanza per tutte e per tutti che, anche così com’è, anche nella sua imperfezione, nelle sue criticità, nella sua difficoltà a rispondere a tutte le domande che vengono da fuori, nella parziale incapacità, a volte, di fornire significative chiavi per interpretare il mondo, è al momento uno dei rari presidi di civiltà e un baluardo contro la perdita di direzione di questo nostro sventurato Paese.

May
02

Nella scuola pubblica Giovan Battista Vico di Roma, piazzale degli Eroi, quartiere Trionfale, Roma, i bambini di una IV elementare che hanno fatto la comunione hanno ricevuto in premio un braccialetto di filo colorato e sono stati esonerati dai compiti pomeridiani. Per i senza dio, niente. La scuola – dicono – ospita molti bambini migranti ai quali non è mai mancata la giusta attenzione da parte dei dirigenti scolastici. Si sarà trattato, dunque, della libera iniziativa di qualche zelante rappresentante di quel “partito dell’amore” che ama offendendo, punendo, ghettizzando, prevaricando gli altri. Ai genitori degli eretici non beneficiati dal premio “Me ne frego della laicità della scuola”, pare sia stato spiegato che i bambini erano stati gratificati per “aver accolto Gesù nel proprio cuore”. Credo e spero, nel mio cuore impuro, che la spiegazione non sia stata davvero quella: una così violenta banalità richiederebbe comunque stigmatizzazione e dileggio. Da parte di noi adulti. Ma i bambini sono bambini. E il fatto che quelli che non si avvalgono e i figli dei migranti abbiano subito un trattamento diverso è il senso di una violenza perpetrata ai loro danni da adulti che non conoscono né legge né amore.
9

Apr
18

Inserisco qui il mio pezzo di giovedì scorso sul Fatto, che – a differenza degli altri – non si trova in versione digitale

La scuola federalista
Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2010

Ci rendiamo conto di cosa sta accadendo alla scuola dello Stato? In questi 2 anni pochissime voci hanno provato a dire qualcosa (non di sinistra, ma di civile) sul danno. Per fortuna c’è Rodotà: “Mentre si discuteva intorno alla pillola RU 486, sono tornate con forza le proposte di riservare l’insegnamento nelle scuole pubbliche a professori autoctoni, che sarebbero gli unici in grado di trasmettere agli studenti i valori del territorio. Questo è solo un esempio dei molti tentativi di localizzare, di riservare ai nativi quel che dovrebbe appartenere a ogni cittadino, tentativi che sicuramente si intensificheranno dopo l’esito elettorale” (“La Repubblica”, 7 aprile).
Ora che l’offensiva – la cosiddetta “riforma” – è stata definitivamente sferrata (nel diffuso silenzio) eludendo norme e procedure democratiche, sacrificando lavoratori, depotenziando ogni valenza emancipante della scuola, dobbiamo toglierci dalla testa che su, al Nord, vadano in scena folkloristiche rappresentazioni, da guardare con ironia e inopportuno senso di superiorità. Al Nord si sta attentando – prima di tutto – al principio di uguaglianza, sancito dalla Costituzione anche attraverso la scuola, quella degli artt. 33 e 34, attaccando diritti individuali e collettivi. La devolutione della scuola rischia di violare la prevalenza assoluta dei 12 articoli che costituiscono i Principi Fondamentali rispetto agli altri e a loro eventuali revisioni. La riscrittura dell’art 117 del Titolo V, insomma, ha assegnato alle regioni competenza su alcuni ambiti (tra cui l’istruzione), con il rischio che forzature politiche li disciplinino violando quei Principi Fondamentali. Il fatto che le regioni siano realtà socio-culturali diverse non deve tradursi in alterazione dell’impianto nazionale, configurando 20 sistemi scolastici, quante le regioni. Invece Boni della Lega Nord lombarda, appoggiando la richiesta di albi regionali appena avanzata dai leghisti friulani e avallata dai neo governatori di Piemonte e Veneto, afferma: “Pieni poteri alle regioni per dare la precedenza agli insegnanti lombardi [un optional l' accesso di tutti i cittadini a tutti gli uffici pubblici senza discriminazione, previsto dall'art. 52 della Costituzione, NdR]. La piena attuazione del federalismo si traduce nell’autonomia concessa alle regioni nelle diverse materie previste dalla stessa riforma federale e dalle modifiche introdotte al titolo V della Costituzione”. Risponde l’avv. Mauceri (Per la scuola della Repubblica): “La riforma del federalismo fiscale esplicitamente non prevede alcuna modifica per quanto attiene l’ordinamento scolastico; una legge ordinaria, del resto, non può incidere sull’assetto definito dalla Costituzione. La riforma del Titolo V va poi interpretata nell’ambito dei principi fondamentali della Costituzione. Le norme generali dell’istruzione sono stabilite dalla Stato, che garantisce uguaglianza ai cittadini sui diritti fondamentali, tra cui l’istruzione, e che realizza scuole statali – con personale, programmi, criteri di valutazione, obiettivi statali. Quindi la competenza che il Titolo V attribuisce alle regioni riguarda gli aspetti organizzativi della scuola e non quelli istitutivi”
Una risposta alle proiezioni scissionistiche della nuova macro-area in quota leghista si concretizza nel recente disegno di legge Goisis: albi regionali di insegnanti, dirigenti e Ata (reclutati solo tra i residenti); docenti dipendenti non più dallo Stato, ma dalla regione. Condizioni contrattuali differenziate. Quote di insegnamenti sulla conoscenza del territorio di appartenenza; 3 organi scolastici: dirigente, consiglio dell’Istituzione, collegio dei docenti. Scuole autonome, finanziate direttamente dalla regione, con contributi da famiglie, enti pubblici e privati. Sarà interessante vedere come questa proposta – depositata il 30 marzo – entrerà in rapporto con il ddl Aprea, fermo da un anno, proprio per l’ostruzionismo della Lega. Per la gioia e la sorte della scuola democratica, si confronteranno – in un affare tutto interno alla maggioranza – il principale interesse delle Regioni del Nord (quello di non subire battute di arresto determinate dalla “zavorra” del Sud, e di dare libero spazio a tutte le possibili derive localistiche) e quello tutto imprenditorialmente privatistico di Aprea. In entrambi i casi si strumentalizzano gli esiti differenti tra scuole del Nord e del Sud: invece di attuare interventi compensativi, si opta per accentuare le diseguaglianze.
MARINA BOSCAINO

Jan
17

Mentre prosegue la folle cavalcata per licenziare in tempi utili (a cosa?) i regolamenti della scuola superiore – oggi si pronuncia la commissione Cultura della Camera – arriva una notizia a dir poco sconcertante, di cui si sono occupati i giornali più attenti. Tanto più sconcertante, se comparata con il motivo per cui la cosiddetta “riforma delle superiore” (che taglia insegnanti, tempo-scuola, discipline e saperi, diritti) deve partire: come si è ripetuto molte volte, tener fede al taglio di circa 8 miliardi nel triennio seguente previsto nella Finanziaria dello scorso anno. Tanto più sconcertante, se si pensa che il contratto dei lavoratori della scuola non è ancora stato rinnovato. E che gli aumenti proposti dal Governo sono semplicemente risibili. Ancor più sconcertante se ci si ricorda che il dramma dei precari non è cessato nel momento in cui i media hanno deciso si smettere di parlarne.

E’ questo il panorama in cui occorre collocare la notizia che Giulio Tremonti ha stabilito alla fine del 2009 scatti stipendiali per gli insegnanti di religione cattolica. In particolare i docenti di IRC dovrebbero trovare nella busta paga di maggio il “recupero” degli scatti (del 2,5 per cento per ogni biennio, a partire dal 2003) sulla quota di retribuzione esclusa in questi anni dal computo. Supplenti compresi.

Facciamo un passo indietro, soprattutto per i non “addetti ai lavori”. Gli insegnanti di IRC rappresentano una vera e propria anomalia (una delle tante!) del sistema dell’istruzione italiana. Reclutati dalla Curia – secondo i parametri del diritto canonico – ma pagati dallo Stato italiano, con i soldi di tutti i contribuenti, questi docenti godono (per merito di Letizia Moratti, ma con il placet seguente del centrosinistra) di un ulteriore privilegio: qualora considerati dalla Curia non idonei allo svolgimento della propria attività (che può sconfinare dal tentativo di proselitismo più spinto alla storia delle religioni, in una gamma di variabili più o meno pericolose, a seconda della maggiore o minore sensibilità del docente), questi insegnanti, ancora per una geniale trovata dell’attuale sindaco di Milano, non perdono posto. Ma vengono ricollocati in posizione preminente in altra graduatoria.

L’indennità integrativa speciale concessa ai docenti di Irc (“A seguito degli approfondimenti effettuati in merito all’oggetto, si comunica che questa Direzione ha programmato, sulla mensilità di maggio 2010, le necessarie implementazioni alle procedure per il calcolo degli aumenti biennali spettanti agli insegnanti di religione anche sulla voce IIS a decorrere dal 1 gennaio 2003″ scrive Tremonti) è stata determinata da una legge dell’ ’80 che per loro – virtualmente precari a vita – contemperava un aggiornamento stipendiale. Ci troviamo davanti alla beffarda situazione in cui ai 12.000 docenti di RC – di fatto di ruolo e inamovibili – verrà attruibuito un aumento di circa 220 euro in busta paga. Nulla per i veri precari che lo Stato italiano ha sfruttato negli anni per mandare avanti la scuola, sbattendoli definitivamente fuori dal circuito a colpi di Finanziaria o sottoponendoli a una faticosa, umiliante e paradossalmente stabile condizione di precariato esistenziale. Nonostante una sentenza della Corte Europea di giustizia abbia riconosciuto loro lo stesso diritto dei colleghi che però, è il caso di dirlo, evidentemente hanno qualche “santo in paradiso”.
A fronte dei 200 euro mensili chiesti dai sindacati per il rinnovo del nostro contratto, il governo ha “rilanciato” con 20 euro.
Notizie dal mondo alla rovescia. E di un’opposizione che proprio non sa interpretare il proprio mandato.

Nov
29

Che la Costituzione sia considerata un orpello demodé in questo strano periodo della nostra storia è provato dalle conseguenze di un fatto che è rimbalzato sulle pagine dei giornali con i consueti toni scandalistici: una nota ministeriale intitolata “Commemorazione dei sei soldati morti a Kabul” aggiungeva – all’informazione sul tragico evento del 17 settembre scorso, che tutti ricorderanno – un “invito” rivolto ai dirigenti a “promuovere nelle scuole occasioni di riflessione e di solidale partecipazione, osservando alle ore 12,00 di lunedì p.v., in concomitanza con i funerali solenni, un minuto di silenzio”. Un invito è un invito, si sa. Si può declinare, accettare. Non implica coercizione. Non prevede accoglimento necessario. Simonetta Salacone, dirigente della scuola Iqbal Masih, una delle anime della scuola democratica nel nostro Paese, che all’epoca non accolse l’invito – per una serie di motivi che qui è inutile sottolineare e che, soprattutto, non aggiungono nulla al senso di questa riflessione – è sotto procedimento disciplinare per aver declinato? ignorato? non accolto? non ricevuto in tempo? l’invito di Gelmini. In realtà, qualsiasi sia la risposta a quelle domande, nell’atteggiamento della Salacone si configurano soprattutto due principi sanciti dalla nostra Costituzione: la libertà d’insegnamento dell’art. 33 e l’autonomia scolastica riconosciuta dal nuovo Titolo V (art. 117). Principi che evidentemente non sono da considerarsi elemento significativo per assumere o no un provvedimento contro l’”indisciplinata” Salacone. Talmente indisciplinata da animare, lo scorso anno, un movimento di resistenza appassionata alla scuola-Gelmini; che si configurava sotto forma di decreto-legge (senza possedere requisiti di necessità e urgenza) e normava sotto forma di circolare ministeriale sulle iscrizioni la materia ancora non approvata contenuta nel regolamento sulla scuola primaria. Il non essere esecutori acritici del Berlusconi pensiero non va bene. E certe violazioni, a quanto pare, non ammettono perdono. Questa triste storia – giocata tra reali violazioni ministeriali e patetica coercizione demagogica all’omologazione ad un rituale collettivo di pura forma (il minuto di silenzio) che nulla dice sull’effettiva partecipazione a un realissimo dramma determinato da un realissimo stato di guerra – ci racconta un’Italia in cui le vie per intimorire, stigmatizzare, mortificare sono infinite. E assumono, in modo sempre più preoccupante, l’obiettivo strategico della repressione degli ormai rari rigurgiti di scuola democratica, laica, autonoma, riflessiva.

Nov
15

La settimana scorsa un articolo sul “Corriere della Sera” ha sollevato il problema dell’insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione”, uno delle new entry disciplinari del Gelmini curricolo. Il rischio – secondo molti – è quello di farne un’ulteriore “educazione” nella scuola della ineducazione. Persone, amici, che stimo moltissimo e che da anni si occupano intensivamente dello studio della Costituzione e del senso che potrebbe assumere nel percorso scolastico, continuano a ribadire che – nonostante il rischio sia concreto – la necessità che la Costituzione entri nella scuola è prioritaria. Vorrei qui sottolineare un paio di concetti. L’introduzione dell’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione si colloca nella generale deriva autoritaria che caratterizza la gestione Gelmini, come risposta al fenomeno del bullismo; e – più in generale – in quella introduzione coatta, non negoziata e intransigente di determinare il ritorno a regole, a rigore, a rigidità (tutti ingredienti capaci di minare la dimensione relazionale nella scuola e di tradirne la sua finalità, non di curare il bullismo) muscolari, di facile effetto, che possono solleticare al più la sensibilità di chi ha apprezzato il decreto sicurezza, le ronde, e le varie declinazioni di una scuola che ritorna indietro di 50 anni. Io credo che la Costituzione possa e debba trovare nella scuola della Repubblica il luogo primario della sua conoscenza. Ma confinare il suo insegnamento nell’ambito di una disciplina separata, con tanto di orario e valutazione, crea il rischio di piegarla ad una sorta di “pedagogia di Stato”. Mentre si tratta del contenuto più trasversale e pluridisciplinare, che solo in una strutturazione dei curricoli in verticale, in una flessibilità organizzativa e curricolare reale e finalizzata a licenziare cittadini consapevoli e critici, potrebbe trovare la collocazione più significativa. Ma di tutto questo, nel nostro Paese, non si discute più da tempo.

Nov
03

Beh, la notizia è anche un’altra, a dire il vero. Una notizia storica: la Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha emesso una importantissima sentenza che afferma testualmente quello che da sempre chiunque abbia a cuore la laicità della scuola ha sostenuto: “La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce una violazione della libertà dei genitori ad educare i fgli secondo le loro convinzioni” e una violazione “alla libertà di religione degli alunni”. Finalmente un elemento significativo e incontrovertibile per esigere l’allentamento della pressione clericale sulla scuola italiana. E per dare aria nuova a tante battaglie che si sono fatte in questi anni per far prevalere il principio di uguaglianza – troppo spesso dimenticato altrove – almeno nel luogo dell’educazione alla cittadinanza, dell’inclusione, dell’integrazione, dell’emancipazione, delle pari opportunità per tutti.

  marina boscaino

Insegnante militante (insegna Italiano e Latino in un liceo classico di Roma), pubblicista (ha lavorato per l'Unità, ora per il Fatto Quotidiano, occupandosi esclusivamente di politiche scolastiche) crede ancora fermamente all'importanza dell'impegno, della collaborazione, della cultura, della scuola della Costituzione. Fa parte del comitato tecnico-scientifico di Proteofaresapere, dell'associazione Per la scuola della Repubblica. I suoi amori: Lorenzo e Margherita, il suo Mac, la montagna - soprattutto d'estate -, cantare.