May
26

Comunque la si voglia chiamare (sinergia, complicità?) il rapporto tra politiche scolastiche e stampa nazionale segue vie piuttosto discutibili. Mentre viene annunciata una manovra economica di “lacrime e sangue”, che si abbatterà – come al solito – direttamente o indirettamente sulla scuola (tagli agli enti locali, blocco dei contratti) andando a corroborare la precedente che già ci aveva messi in ginocchio, i media non sanno far altro che indugiare sull’ultima trovata (ministerial-mediatica, appunto) dell’apertura posticipata delle scuola. Basta andare a dare un’occhiata a una qualunque rassegna stampa specializzata e ci si rende conto di come la notizia tenga letteralmente banco. Come se (mi si perdoni la continua ripetizione, ma a me sembra un evento davvero catastrofico e catastroficamente grave) la scuola non si stesse appressando a vivere l’illegittima condizione della “riforma che non c’è”, eppure si fa finta che ci sia. Come se – quasi quotidianamente – in molte parti d’Italia la mobilitazione non stesse continuando, a dispetto dello scorrere del tempo e dell’imminenza della chiusura degli istituti. Come se non si fosse appena abbattuta la mannaia attuale di tagli agli organici che renderanno il diritto allo studio e la qualità del tempo scuola (e dunque il diritto al lavoro, a un lavoro dignitoso) vuote affermazioni teoriche. Come se molti collegi docente non avessero deliberato di non adottare nuovi libri di testo, finché le Indicazioni Nazionali (i programmi) non diventeranno qualcosa più di una bozza, come sono al momento, sulla quale zelanti case editrici hanno stampato i nuovi volumi. Come se non si fosse riproposta la minaccia al tempo pieno. Come se i precari non fossero mai esistiti; o avessero smesso di esistere. Di questi “come se” ce ne sarebbero talmente tanti che rischierei di rimanere al computer per ore. Invece sono le 23.50 e domani, come al solito, ho la prima ora. Buonanotte, con la convinzione mesta che – trovata ministerialmediatica dopo trovata ministerialmediatica – ben presto le scuole smetteranno definitivamente di essere aperte. Un utile consiglio per Tremonti, alla ricerca di soluzioni utili per superare questo “tornante della storia”.

Nov
20

Scrivo questo post per la prima volta con un bellissimo e-Mac, schermo 20 pollici, che mi è appena stato regalato. Annoto questo dato per fermare ancora di più nel tempo l’emozione che questo dono mi ha provocato. Ma procediamo.
Ieri, ascoltando casualmente – cosa che non faccio mai – il Tg2 delle 13.00 vengo attirata dalla notizia che alcuni licei di Roma avrebbero deciso di affibbiare il 5 in condotta ai ragazzi che occupano la scuola; inoltre che “l’intenzione di manifestare” da parte dei ragazzi sarà repentinamente segnalata alle famiglie via sms (miracolo della tecnologia!). Rimango piuttosto sconcertata dalla notizia; scandalizzata decisamente dalla seconda. Non foss’altro perché in questo mese a Roma molti licei hanno occupato simbolicamente, organizzando “didattica alternativa”, informazione sui regolamenti Gelmini, talvolta anche con l’aiuto degli insegnanti. E le cose sono andate avanti piuttosto pacificamente e senza particolari attriti. Un analogo servizio è stata passato sul Tg del Lazio.
La scuola raramente ha l’onore delle cronache. Ma l’apoteosi della funzionalità degli strumenti che il nostro lungimirante ministro ha approntato per reprimere, non sfugge ai più attenti professionisti della piaggeria. Ad una stampa compiacente e pronta a battere i tacchi e mettersi sull’attenti. Nessuna analisi, nessuna riflessione sul fenomeno. Solo il senso della vittoria del Bene sul Male. Solo il trionfo di serietà, autorità, muscolarità, dagli effetti rassicuranti. Eppure nel vuoto pneumatico dell’informazione, della partecipazione, di una politica che ha dimenticato mandato e vocazioni, di un sistema di imbarbarimento diffuso e istituzionalizzato, la notizia dovrebbe essere (si tratta, oltre che di una notizia, di un vero e proprio miracolo) il fatto che ragazzi figli di Maria de Filippi e delle scatole che ti fanno diventare ricco, del Grande Fratello e dei riflettori che creano la realtà e la annullano quando si spengono, trovino voglia, motivazione, energia per scendere in piazza, per manifestare, per tentare di capire qualcosa di questo liquame mefitico in cui vivono. Che per un attimo tentino di sottrarsi al destino di consumatori acritici al quale li abbiamo troppo spesso condannati o nel quale colpevolmente li lasciamo. Non sto legittimando l’occupazione delle scuole. Ma credo che un Paese che abbia a cuore il proprio futuro non possa non rallegrarsi del rigurgito di partecipazione che in molti istituti si sta manifestando, nonostante il disinteresse, l’inerzia, la passività di tanti degli adulti di riferimento. Forse loro, i ragazzi, si stanno accorgendo che ci stanno smontando pezzo dopo pezzo la scuola. Forse sono meno tristi e depressi di noi, più disposti ad una reazione. Forse di questo dovremmo almeno incuriosirci, se non interessarci. Cosa fareste voi, se vi arrivasse un sms per avvertirvi che – attenzione! – vostro figlio “ha intenzione” di manifestare?

Nov
03

Provate a prendervi la briga di contare – consultando un qualsiasi motore di ricerca o su una qualsiasi rassegna stampa specializzata – gli articoli che da un anno e mezzo a questa parte i quotidiani hanno dedicato al pur importante, ma non così sostanziale, tema del “grembiulino”; provate a quantizzare gli interventi relativi al voto in condotta, la panacea per ogni male della scuola, che funziona da deterrente al bullismo come una spolverata di zucchero su una tana di formiche. Fiumi di parole, milioni di caratteri digitalizzati per spiegare, chiosare, commentare. Mentre qualcuno si occupava di “informare” su questi demagogici segni di rigore, di ordine, su questo interventismo da operetta di facile impatto mediatico e di facile suggestione nell’immaginario collettivo il trio Tremonti-Gelmini-Brunetta faceva fuori 140.000 posti di lavoro (tra docenti e personale Ata) “risparmiando” 8 miliardi di euro in 3 anni, spalmati sul taglio del personale e su tagli alle scuole. Innescava la guerra tra poveri (docenti di ruolo e docenti precari) affidando ai primi (con la complicità di presidi più realisti del re) il compito di neutralizzare i secondi. Scardinava l’architettura scolastica in ogni sua declinazione, dalla primaria alla secondaria di II grado, nell’indifferenza sostanziale di politica e opinione pubblica rispetto a un vulnus inferto al nostro sistema di istruzione statale che promette di essere difficilmente sanabile. Indeboliva ulteriormente il già precario credito che la società affida ai docenti di ogni ordine e grado, marchiandoli con la lettera scarlatta di “fannulloni”. Dimenticava completamente il problema della sicurezza negli edifici scolastici, dove i nostri figli, i nostri studenti, noi lavoratori trascorriamo molte ore della giornata. Minava, insomma, in maniera definitiva il diritto allo studio. Compiva poi scorribande inaccettabili in materie le più varie – dalla contrattazione sindacale, alla adozione dei libri di testo, all’ora di religione cattolica – infliggendo a diritti sindacali, libertà di insegnamento, laicità della scuola colpi violentissimi. E molto molto altro ancora. Ci sarà modo di parlarne. L’informazione dov’era?
La notizia di oggi è che anche il coordinamento dei precari aderisce al sit-in del 6 novembre davanti alla Rai. Ma per trovarla dovete navigare pazientemente in Rete.

Nov
02

Davide e Golia

postato da marina boscaino in "Riforma" Gelmini, deviazioni mediatiche

Venerdì 6 novembre alle 14.00 presidio davanti alla RAI, a Roma, per la mancata
informazione sui problemi della scuola: il silenzio o la malainformazione dei media – occupati a registrare pedissequamente le tappe dell’ultimo scivolone a sfondo sessuale di chi dovrebbe concentrarsi forse con maggiore attenzione sul mandato che elettrici ed elettori gli hanno affidato e sulla responsabilità pubblica che l’opzione politica automaticamente comporta – comincia ad essere talmente tangibile da diventare finalmente bersaglio della protesta della scuola che non si arrende. Come Davide e Golia si fronteggeranno la parte del Welfare più dignitosamente consapevole della propria mancanza di appeal (in quanto non produttiva di risultati quantizzabili in termini immediatamente economici, non produttiva di profitto) e un sistema della (dis)informazione più o meno generalizzata, che quei risultati pretende per accendere e spegnere i riflettori sulla realtà, avendo il potere di farla diventare notizia. Il picconamento programmato della scuola pubblica italiana, la sua distruzione pezzo per pezzo hanno destato qualche curiosità ai tempi dell’accanimento sul “gioiello di famiglia” (la scuola primaria). Sulle superiori un ostinato silenzio disinteressato.

Oct
27

Un uno-due di “Repubblica” sui regolamenti delle scuole superiori, che prospettano quadri orario, tagli di discipline, un riordino che ancora non è legge (perché deve ancora superare l’iter previsto per l’approvazione definitiva e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale) come se lo fossero, ha scatenato reazioni immediate da parte delle scuole; molto più di qualunque manifestazione, di qualunque convegno, di qualunque assemblea sindacale. Di qualunque tentativo di informarsi seriamente, professionalmente, su quanto ci si sta abbattendo addosso. Di un’onesta e seria lettura dei regolamenti, insomma.
Quegli articoli sono capitati nel periodo “caldo” dell’orientamento: il periodo in cui le scuole superiori si rivolgono agli alunni delle III medie e alle loro famiglie per aiutarli a decidere la scuola da scegliere (possibilmente la propria, a dispetto di qualsiasi vocazione). E’ una delle strane logiche in cui il neoliberismo imperante ha piombato la nostra povera scuola: la vendita di un prodotto, magnificandone caratteristiche e potenzialità. L’elogio del Pof, insomma.
Da quando l’autorevole quotidiano ha prospettato una realtà (ahimé) probabile come defintiva, scuole medie e superiori hanno cominciato a scaldare gli ingranaggi della potente macchina dell’orientamento, molto spesso non preoccupandosi di verificare le notizie. Più che Gelmini poté Intravaia, sarebbe il caso di dire (è questo il nome del giornalista che si occupa su “Repubblica”, quasi sempre in maniera piuttosto seria e documentata, di questioni scolastiche). “Repubblica” ha spiegato ai docenti italiani che c’è la “riforma” che non c’è (ancora). E molti degli insegnanti le hanno creduto. L’onere della prova di dimostrare il contrario (e cioè la verità) alle donne e agli uomini di buona volontà. E’ successo un articolo: ovvero l’informazione e la formazione nel nostro Paese.

Oct
24

Marchiati a fuoco

postato da marina boscaino in deviazioni mediatiche

Non fraintendetemi. Credo che l’episodio dello Steiner, oggi come tre anni fa, quando ci fu il pestaggio del ragazzo disabile, meriti attenzione, indignazione, assunzione di responsabilità, ricerca di cure per una gioventù a volte troppo malata di noia, abbandonata al vuoto pnuematico e imbottita di voglia di protagonismo per sanare un esserci che non c’è. Ma è possibile che la scuola, da qualche anno a questa parte, meriti la prima pagina (per breve tempo, tuttavia) o se licenziano 140.000 persone; o in seguito ad episodi come questi, che potrebbero capitare ovunque, al parco, in casa, in cortile, per strada? Che sono certamente il senso di una crisi educativa molto molto più ampia di quel che potrebbe sembrare, che investe – come la scuola – la famiglia, la collettività, il sistema sociale e i suoi meccanismi di riproduzione del nulla?
Ci stanno smontando la scuola dello Stato, pezzo dopo pezzo. Alla complessità del reale si risponde con una formula di semplificazione agghiacciante, le cui spese saranno – come al solito – a carico dei più deboli. Ci stiamo accingendo ad “orientare” i ragazzi della III media (le iscrizioni scadono a febbraio) con dei regolamenti non ancora approvati che disegnano la scuola più minimale, più misera, più selettiva su base sociale che la nostra Repubblica abbia mai avuto, dal 1962 ad oggi. Il silenzio dei media è assordante. Ma d’altra parte rispetta quello, ancor più scandaloso, di gran parte degli insegnanti delle scuole superiori, misteriosamente inabili a qualsiasi forma di reazione, ancora inconsapevoli della tragedia socio-culturale che si sta abbattendo sulla scuola italiana.
Infine: credete che il fanoso 5 in condotta – esibito da Gelmini come il deterrente di tutti i bullismi – sia stato preso in considerazione dai ragazzi che per ammazzare il tempo hanno deciso di marchiare a fuoco il proprio compagno?

Oct
19

“La Repubblica” di venerdì scorso riporta due pagine intere dedicate alla cosiddetta riforma delle superiori: un pasticcio improvvisato e pedestre che divarica definitivamente i destini dei giovani su base sociale, da una parte i “nati bene” frequentatori dei licei; dall’altra gli “sfigati”, accompagnati verso un’istruzione tecnico-professionale che sempre meno somiglia alla scuola e sempre più a un avviamento precoce al lavoro e a un subappalto esternalizzato. Una documentazione abbastanza dettagliata di tagli di ore, spostamenti di materie, annullamento di discipline declinata con impassibile oggettività, quasi si trattasse di calcoli ragionieristici e non del crollo di qualunque idea di scuola dell’inclusione e dell’emancipazione; di scuola coerente con la complessità del fuori; di scuola della cittadinanza. Del crollo di qualunque progetto culturale svincolato da miseri vincoli di bilancio.
Il concetto più ripetuto: la diminuzione del tempo scuola e l’impoverimento dell’offerta formativa, che tocca tutti gli istituti. Un dato su tutti: in media le superiori perderanno 3 ore settimanali, cioè il 10% del tempo scuola complessivo. Non è una notizia neutra. Direi si tratta di una vera e propria tragedia culturale, oltre che umana, considerando le conseguenze in termini di posti di lavoro tagliati. Eppure silenzio. La notizia è più o meno stata diffusa da giugno, quando i regolamenti delle superiori sono stati approvati dal Consiglio dei Ministri. Da allora non un editoriale, non un intervento televisivo da parte dell’intellighenzia del nostro Paese. Non un commento esplicito da parte dell’”opposizione”. La demolizione della scuola della Repubblica è ai massimi storici. L’attenzione su di essa al minimo.

  marina boscaino

Insegnante militante (insegna Italiano e Latino in un liceo classico di Roma), pubblicista (ha lavorato per l'Unità, ora per il Fatto Quotidiano, occupandosi esclusivamente di politiche scolastiche) crede ancora fermamente all'importanza dell'impegno, della collaborazione, della cultura, della scuola della Costituzione. Fa parte del comitato tecnico-scientifico di Proteofaresapere, dell'associazione Per la scuola della Repubblica. I suoi amori: Lorenzo e Margherita, il suo Mac, la montagna - soprattutto d'estate -, cantare.