Apr
30

Resistenza

postato da marina boscaino in insegnanti

Da questo momento pubblicherò qui i pezzi che scrivo per la rivista “Adista” su cui curo una rubrica bimensile, “Fuoriclasse”.

Quello del colloquio con le famiglie è un rituale che lascia ampi margini di riflessione e che rappresenta – per un occhio vagamente vigile e curioso – una esaustiva tranche de vie sul mondo in cui viviamo: un’immersione nell’umanità che ci dice parole significative su alcuni aspetti del Paese. In quell’alternarsi di visi – alcuni conosciuti, altri no – di espressioni, nella prossemica, nell’atteggiamento, si scoprono ogni volta (pur nella reiterazione) alcune sorprese, alcuni indicatori che ci segnalano deviazioni, arretramenti, stasi, accelerazioni precipitose: dove stiamo andando?

È chiara la progressiva dismissione – non formale, ma sostanziale – di un concetto caro alla scuola democratica: il patto educativo. L’impressione è che quell’accordo tra i due principali luoghi dell’educazione, la famiglia e la scuola, sia poco più che un’etichetta in memoria di un passato in cui convinzioni, condizioni, principi, progetti erano davvero condivisi. Epoche in cui, evidentemente, lo strapotere dei media e l’eclissi della politica non avevano ancora obnubilato in maniera così massiccia e diffusa la percezione del reale e di ciò che conta. Oggi, quello che emerge, al di là della facile e pericolosa generalizzazione, è il dato che quella formula – patto educativo – sebbene evocata nel Pof (Piano dell’offerta formativa) e nei regolamenti dei singoli istituti, abbia cessato di essere un investimento comune sulla cittadinanza, sulla cultura, sull’educazione dei ragazzi. Non stupisce che la scuola pubblica sia uscita così massicciamente dai temi di interesse generale (al punto da essere oggetto di un vero e proprio saccheggio economico e di un conseguente depauperamento culturale) se si guarda al profondo individualismo che connota il rapporto tra famiglie e insegnanti. La logica dell’“utenza”, quella che esige e rivendica, quella che plaude o che stigmatizza (in entrambi i casi attraverso parametri discutibili e spesso superficiali) ha preso il sopravvento sull’idea di una collaborazione reale e concreta per il raggiungimento del comune obiettivo. Che molti di noi hanno creduto fosse quello di licenziare cittadini consapevoli, fornendo loro pensiero critico, attitudine alla ricerca, conoscenze e competenze derivanti dal contatto con quegli straordinari strumenti che sono le discipline scolastiche. Salvo trovarsi improvvisamente e sempre più costantemente di fronte a smentite più o meno dolorose, più o meno impreviste. Che il mondo stia combattendo per rendere i ragazzi consumatori acritici e che la scuola possa rappresentare l’ultima frontiera di resistenza rispetto a questa tentativo massificato e massificante di omologazione al pensiero unico, non importa quasi più a nessuno. Gli strani, i diversi, gli sgraditi, per molti di loro, siamo alcuni di noi: che ancora pretendiamo il rispetto delle norme, perché la scuola è il luogo della legalità; che favoriamo la divergenza, perché pluralismo è ricchezza; che insistiamo sull’integrazione e sull’emancipazione, perché crediamo ancora nell’art. 3 della Costituzione.

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  marina boscaino

Insegnante militante (insegna Italiano e Latino in un liceo classico di Roma), pubblicista (ha lavorato per l'Unità, ora per il Fatto Quotidiano, occupandosi esclusivamente di politiche scolastiche) crede ancora fermamente all'importanza dell'impegno, della collaborazione, della cultura, della scuola della Costituzione. Fa parte del comitato tecnico-scientifico di Proteofaresapere, dell'associazione Per la scuola della Repubblica. I suoi amori: Lorenzo e Margherita, il suo Mac, la montagna - soprattutto d'estate -, cantare.