Mar
13

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Mar
08

Volontarietà obbligatoria

postato da marina boscaino in tagli

In tempi bui come quelli che stiamo attraversando, mi sembra utile impiegare uno spazio democratico anche per segnalare all’attenzione dei cittadini italiani situazioni che non trovano spazio negli articoli della stampa nazionale, ma che pure stanno rendendo ancora più difficile la vita scolastica quotidiana.
In un tempo ormai lontano, era l’interesse generale a guidare senza ambiguità la gran parte di coloro che facevano il nostro lavoro: l’abiura ai diritti fondamentali era considerata impensabile e si vigilava con intransigenza sulla loro esigibilità, nella consapevolezza di far parte di una comunità educante democratica, laica, pluralista, disponibile alla dialettica, ma rigorosa sui punti qualificanti: la scuola dell’obbligo è gratuita, come recita la Costituzione, mai scomodata come in questi tempi di disattenzione e di inerzie.
Mi provengono da molte scuole, ultima in ordine di tempo la Scuola Media Fabrizio De Andrè di Roma, segnalazioni di richieste ai genitori di una somma di denaro, ambiguamente chiamata “contributo volontario”. Nel caso citato, di 35 euro.
Alle superiori (obbligatorie solo nel tratto iniziale e per altro in concorrenza con la formazione professionale e perfino con l’apprendistato, in una furbesca interpretazione dell’obbligo d’istruzione) il “contributo volontario” esiste da tempo, e configura una vera e propria tassa, nei fatti tutt’altro che facoltativa, che letteralmente condiziona – in questi tempi di fili della borsa stretti, di ritorsione continua ai danni della scuola (di Stato, come ci ha ricordato a più riprese il Capo), di debito del ministero con le singole scuole pari a 1 mld e mezzo che non verrà mai rifuso –la sopravvivenza degli istituti stessi.
Da qualche tempo, ed oggi in maniera sempre più consistente, si stanno adeguando anche le scuole medie. Lo fanno nelle maniere più fantasiose, vincolando all’esborso dei genitori polizze assicurative ulteriori e non meglio specificati servizi. Ciò che è grave – oltre a questo bricolage in autonomia dell’Autonomia scolastica, che viola obblighi e prescrizioni costituzionali – è la clausola imposta alle famiglie con sempre maggiore frequenza: il mancato esborso dà luogo a ritorsioni contro i ragazzi.
Come nel caso della scuola citata: la De André (una media con popolazione scolastica particolarmente eterogenea, con circa 50 diversabili, con moltissimi migranti che la frequentano) prevede che il non pagamento della tassa comporti automaticamente che i ragazzi non partecipino alle visite guidate, anche di mezza giornata. Un caso di rimozione straordinaria di diritti. No soldi, no apprendimento.
La scuola media è obbligatoria nella sua totalità di percorso e gratuita nella sua natura istituzionale e costituzionale; il contributo invece “volontario”. Ma capita da qualche tempo che gli insegnanti si trovino ad organizzare uscite cui partecipa meno della metà della classe. Una delle tante odiose forme di prepotenza, di rimozione del principio di uguaglianza, di creazione all’interno di comunità scolastiche che dovrebbero essere per loro stessa natura luogo di integrazione, condivisione, rimozione degli ostacoli, emancipazione e pari opportunità, di criteri contrari.
È così che una parte della scuola italiana, la scuola di base, si sta attrezzando – costretta o meno, non importa – a far fronte all’ondata di delegittimazione e alle vergognose restrizioni economiche: dividendo, creando barriere, determinando soprusi, rinnegando la propria stessa natura. Non c’è dubbio che delibere come quelle della De André – ma da lungo tempo una scuola media storica di Roma, la Mazzini, ha imboccato a sua volta la strada del contributo volontario – non stenterà – visti i tempi che stiamo vivendo – a trovare ulteriori emuli.
Ma questo non farà altro che aprire un ulteriore baratro tra il mandato costituzionale della scuola pubblica nel nostro Paese e le condizioni in cui e a cui concretamente la scuola si trova ad operare.
La grave inerzia di quanti – in nome dell’irrisorietà della cifra, della logica del fai da te, dell’adeguamento al “così fan tutti” – assistono tacitamente alla creazione di queste barriere, in una una logica di intervento che svincola l’amministrazione scolastica e lo Stato dalle loro responsabilità istituzionali, non farà altro che rafforzare impunità, mistificazioni e malefatte di governi che – sotto i nostri occhi, sulle nostre spalle di lavoratori e contro il diritto all’apprendimento dei ragazzi – stanno saccheggiando la scuola pubblica, anche con queste complicità. C’è bisogno di procedere in direzione ostinata e contraria.

Feb
28

La scuola dei tre iati
di Marina Boscaino e Marco Guastavigna

La proposta è quella di aprire un dibattito. E non rispondeteci: “No, il dibattito no”, come Nanni Moretti. Vogliamo tentare, noi donne e uomini di buona volontà, di sfatare l’ipocrisia di chi dipinge un modello professionale da “Digital Prof” e di fatto ci confina – volendoci tali – in un ruolo di perenni amanuensi, possibilmente acritici e acquiescenti?

Lo iato degli iati è tra il teorico identikit professionale del docente (con tanto di dotazione, anch’essa teorica) e la condizione reale che ogni giorno ci troviamo ad affrontare nelle scuole. L’epica dell’e-book cozza con le condizioni di (in)sicurezza delle aule, dotate al massimo di un paio di prese elettriche; la mitologia della LIM si stempera nel rapporto Lavagne-classi, che in molte scuole (attuando una rotazione) consentirebbe a ciascuna classe di trovarsi al cospetto del Golem massimo 3-4 volte in un anno.

Strumenti per modificare pratiche didattiche e intercettare più efficacemente procedure cognitive o specchietti per allodole destinate a dare un lustro (temporaneo) ad iniziative glorificate dall’ingenuità dei media e dagli interessi economici che muovono? La realtà ci risponde tutti i giorni.

Introduzione, uso e prospettive delle tecnologie digitali nella scuola costituiscono un tema avvolto in mistificazioni più o meno consapevoli. Ne è testimone inequivocabile il perpetuarsi nell’immaginario collettivo dell’anteposizione dell’aggettivo “nuove” alla parola tecnologie: il rituale linguistico prende piede nella seconda metà degli anni Ottanta; poi scorrono i decenni, ma l’accostamento rimane obbligatorio, come immobilizzato in una formula automatica. A dire che nella coscienza comune il computer a scuola – sebbene introdotto, conclamato, istituzionalizzato – rappresenta costantemente il totem di una modernità ambigua: aprioristicamente positiva da una parte – ma sappiamo che l’a priori corrisponde spesso ad un sistema di credenze privo di respiro e di dimensione critica. Simbolo di un’aura di magica inaccessibilità dall’altra – a confinare l’oggetto, il suo uso, la sua rappresentazione socio-culturale e mentale nel mondo portentoso e impenetrabile degli “addetti ai lavori”.

Noi crediamo invece che sia giunto il momento di de-mistificare e di cercare di sfatare diffusissimi luoghi comuni che puntellano la scarsa consapevolezza che avvolge questa tematica, continuando ad impedire uno sdoganamento reale – e non solo teorico – delle tecnologie digitali nella scuola.

Solo atteggiamenti e intenzioni progettuali profondamente diversi da quelli adottati attualmente potranno ottimizzare queste risorse e strumentazioni e un loro contributo costante e motivato alla didattica. Solo un mutato approccio potrà conferire a questo campo di conoscenza e di attività la medesima dignità delle discipline tradizionali e non più assegnarlo ad una dimensione superficialmente tecnica, subordinata alle materie scolastiche.

Esistono comportamenti quanto meno ambigui e fuorvianti che la scuola italiana ha adottato rispetto alla ricezione, alla gestione e all’ottimizzazione delle tecnologie, per quanto riguarda sia la didattica sia la professionalità del personale.

Nella situazione caotica e disorientante che viviamo, nel conflitto tra ciò che dovrebbe essere (affidato generalmente a proclami a reti unificate degli entusiasti esegeti ministeriali della modernità) e ciò che è, ci sembra di poter individuare tre elementi – veri e propri modelli di approccio – che hanno più degli altri compromesso l’inserimento delle tecnologie in una dimensione costruttiva, dinamica, fluida.
Si tratta di tre veri e propri iati culturali, attriti sommersi ma fuorvianti, che hanno caratterizzato le politiche scolastiche e la loro attuazione.

La scuola ha infatti prevalentemente applicato in modo meccanico e fideistico le tecnologie di comunicazione su se stessa, inseguendo le “mode” via via sviluppatesi e entrando così in conflitto con la dimensione intellettuale loro assegnata in una prospettiva generale: ecco il primo iato, di natura socioculturale.

La scuola si è poi troppo spesso ridotta all’addestramento dei soggetti coinvolti nell’uso delle tecnologie digitali, in piena contraddizione con le teorie dell’apprendimento ad esse connesse: si tratta del secondo iato, di natura pedagogica; infine, ha oscillato tra la rincorsa all’innovazione comunicativa e procedurale e l’introduzione muscolare di divieti onnicomprensivi, quali per esempio quello dei telefoni mobili: terzo ed ultimo iato, di natura strutturale e istituzionale.

Queste contraddizioni “strutturali” – spesso clamorose, ma altrettanto di frequente non colte – hanno avuto una responsabilità negativa:

* nel rapporto tra didattica e tecnologie;

* nel dibattito che ha inaugurato i processi di innovazione e che continua svogliatamente ad accompagnarli;

* nella proposta da parte dell’amministrazione scolastica di “nuovi” orientamenti organizzativi e di “nuove” strategie gestionali;

* nella ricezione (persino!) da parte dei docenti delle varie circolari ministeriali, sempre più infarcite di marketing lessicale, volto a inverare nell’immaginario professionale situazioni non praticate e impraticabili nella realtà quotidiana.

Questa ambiguità di prospettive, questo blob di fraintendimento e di equivoci perpetuati, hanno visto dilagare il sensazionalismo di maniera – pertanto completamente acritico e privo di respiro culturale – con cui una parte dello psicopedagogismo imperante ha salutato ogni novità nell’immissione delle tecnologie nella scuola, indipendentemente dalla loro necessità e – soprattutto – dalla loro efficacia; in questo favorito anche da un sistema di (dis)informazione dei media, che non si sono mai preoccupati di confortare il loro entusiastico supporto all’innovazione tout court con un adeguato contributo di inchieste e di indagini sul cosa e sul come si veniva “innovando”.

È per altro sopravvissuto – come è buona tradizione nella scuola italiana all’insorgere di qualsiasi fattore che ne possa turbare l’inerzia omeostatica – anche il catastrofismo nichilistico di chi continua a vedere nell’inserimento delle tecnologie insidie volte ad intaccare l’integrità di un sistema scolastico rigorosamente disciplinare, di cui conservatorismo, tradizione e immutabilità rappresenterebbero gli unici caratteri qualificanti.

Ci rivolgiamo ai digital prof: a quanti – insofferenti a facili soluzioni definitive e disposti a stemperare gli eccessi dell’una o dell’altra posizione (né apocalittici né integrati) – provano il desiderio di tentare il salto dell’ostacolo di una lettura stereotipata del rapporto tra tecnologie e didattica; siano disponibili – laicamente – ad abbandonare pre-giudizi e idiosincrasie ideologiche; intuiscano che solo la collocazione in una dimensione squisitamente intellettuale può emancipare l’uso delle tecnologie nella scuola dalla zavorra di una tecnicalità che non ha alcun motivo di continuare ad esistere. L’idea della macchina che domina l’uomo ha fatto il suo tempo e si impone la necessità di sostituire una riflessione di carattere autenticamente culturale alla pratica addestrativa, alla quale è stata subordinata la preparazione degli insegnanti e degli studenti rispetto all’uso delle tecnologie.

Affrontare il problema in prospettiva davvero critica rappresenterebbe un contributo non indifferente per cominciare ad elaborare una proposta alternativa, considerati i deludenti risultati attuali e la progressiva perdita di senso di una scuola immobile rispetto al rapidissimo mutare del suo fuori, delle condizioni dell’esistente. Proposta che non inizia e finisce in una rinnovata introduzione delle tecnologie nella didattica; ma che in questa ipotesi trova una delle sue necessarie scelte di rinnovamento.

Non è certo con il pensiero pedagogico unico (e troppo spesso bipartisan) caratterizzante le scelte che finora hanno determinato le politiche scolastiche relative all’introduzione delle tecnologie che si riuscirà ad operare il salto che auspichiamo. Sarebbe per altro illusorio sperare che il processo di “riabilitazione culturale” delle tecnologie di comunicazione da noi caldeggiato possa avviarsi senza scosse traumatiche, perché sono troppo forti i vincoli anche di carattere economico ed è troppo evidente la necessità di conservare rendite di posizione acquisite da parte di una casta di “esperti” che si nutrono del perpetuarsi dell’ambiguità.

Occorre invece tentare di scardinare paradigmi consacrati, mettere in dubbio certezze fossilizzate, provare a destabilizzare organizzazioni che vivono grazie a reciproche legittimazioni, indipendenti dalla loro funzionalità, efficacia, validità culturale.

Il pensiero pedagogico unico sull’innovazione rassicura le caste istituzionali e le lobby private e omologa gli individui, ma non può produrre risultati significativi dal punto di vista dell’emancipazione culturale dei cittadini, vero obiettivo della scuola della Repubblica e della Costituzione. Noi crediamo invece che un uso consapevole delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione non possa (e non debba) che generare cultura. E la cultura è pluralista per sua stessa natura.

Le tecnologie digitali e reticolari – intrinsecamente pluraliste e democratiche – possono rappresentare il punto di partenza per una scuola che non si faccia abbagliare dalle sirene della modernità. E che non rinunci al proprio compito.

Feb
27

La “bulimia oratoria”, come l’ha chiamata Angela Finocchiaro, di Silvio Berlusconi non risparmia la scuola pubblica. Non è la prima volta, lo sappiamo. Ma in questo momento in cui lo iato tra ruolo istituzionale del premier, sue condotte private e pubbliche e dichiarazioni contro alcune delle maggiori istituzioni della Repubblica rischia di creare un vero e proprio corto-circuito della democrazia, la cosa fa ancora più impressione. Platea, plaudente e connivente, quella del congresso del movimento dei Cristiano Riformisti.
manifesto di propaganda congresso dei Cristiani Riformisti
Il presidente del Consiglio ha stigmatizzato la possibilità, il “rischio” che ai genitori possa essere impedito di scegliere una scuola privata (da chi? Non certo da questo governo che, a fronte di 8mld di euro tagliati in 3 anni alla scuola pubblica ha mantenuto inalterati o addirittura ha aumentato i sussidi a quella privata? Da chi? Dalle regioni di centro destra che, come la Lombardia, elargiscono il buono scuola a chi non si serve della scuola dello Stato?). I ragazzi – secondo il capo del governo – sarebbero così lasciati in balia di insegnanti incapaci di educare, perché “inculcano idee diverse da quelle che vengono trasmesse dalla famiglia”.
L’anacronistico e ingiustificato delirio ossessivo a sfondo anti-’68 non cessa di occupare la mente di Berlusconi.
Che però dovrebbe ricordare che gli art. 33 e 34 della nostra Costituzione parlano della nostra scuola pubblica, laica, pluralista; dovrebbe ricordare che quel delirio – soprattutto perché con ogni probabilità strumentale – offende un milione di lavoratori e – al contempo – le famiglie che scelgono consapevolmente l’opzione pubblica a quella privata. Dovremmo ricordare, noi, che l’attacco alle istituzioni della Repubblica è ormai una necessità quasi patologica per un presidente del Consiglio incapace di trattenere esternazioni di una gravità addirittura inedita: e ce ne vuole, considerato ciò a cui ci ha abituati.
I lavoratori della scuola sono tutti chiamati a tener conto di questo irresponsabile accanimento nel delegittimare uno strumento di emancipazione, di educazione, di cittadinanza per tutte e per tutti che, anche così com’è, anche nella sua imperfezione, nelle sue criticità, nella sua difficoltà a rispondere a tutte le domande che vengono da fuori, nella parziale incapacità, a volte, di fornire significative chiavi per interpretare il mondo, è al momento uno dei rari presidi di civiltà e un baluardo contro la perdita di direzione di questo nostro sventurato Paese.

Jun
09

Strano, ma non troppo

postato da marina boscaino in "Riforma" Gelmini

Gelmini ha fatto farraginosamente marcia indietro sulla sbandierata politica di “rigore e serietà” (ricorderete la never ending story) sulla non ammissione alla maturità anche con un’unica insufficienza, che ha funestato – stornando, al solito, l’attenzione da cose più importanti – la pseudo-informazione sulla scuola lo scorso anno e che – come volevasi dimostrare, perché “più che il rigor poté il consenso” – si è conclusa quest’anno in un nulla di fatto. In sostanza il ministro ha detto: fate voi, buon senso! Esattamente quello che manca a lei nel massacrare programmaticamente la scuola pubblica italiana negli ultimi due anni.
Intanto si abbatte sull’imminente esame di Stato un’altra insidia. A Putignano, in provincia di Bari, il dirigente scolastico del LS Majorana ha dovuto invirare le famiglie dei 127 maturandi a versare 145 euro ciascuna per pagare i commissari, interni ed esterni. Il dirigente – già in credito con lo Stato per lo stesso capitolo di spesa relativo agli anni precedenti – ha esaurito le scorte economiche e non ha più euro da anticipare per lo Stato inadempiente. La notizia non è di per sé sconvolgente, considerando la pietosa situazione in cui le scuole versano; tutto è in forse: dai pagamenti delle supplenze, alla sorveglianza, alle pulizie. Perciò, cosa c’è di strano? L’unica stranezza, semmai, è che tra le manovre per rastrellare dalla scuola quanto più possibile, i nostri saggi governanti non abbiano ancora pensato di ripristinare la formula “casalinga” dell’Esame di Stato (tutti membri interni: costano molto meno). Ma una stranezza ancora maggiore è rappresentata dalla risposta di Gelmini, indignata come non mai davanti alla denuncia del ds. Interessantissimo sentire cosa ha affermato il ministro a proposito: «è illegittimo da parte delle scuole chiedere soldi alle famiglie, a qualsiasi titolo», per poi virare su un motivo a lei caro, un evergreen della sua ripetitiva e stantia poetica: «se qualche preside vuol fare politica, dovrebbe candidarsi alle elezioni». La prima frase è interessantissima: ricordiamola, noi che – attraverso il coordinamento delle scuole secondarie, a Roma come altrove – stiamo facendo una battaglia contro quell’obolo obbligatorio eufenisticamente chiamato “contributo volontario”. Il ministro ci ha tolto le castagne dal fuoco, confermando la giustezza delle nostre rivendicazioni: chiedere soldi alle famiglie è illegittimo. Peccato che – dopo due anni di cura Gelmini-Tremonti – quella tassazione obbligatoria è l’unica fonte certa di entrata per molti istituti che, ben presto, saranno costretti ad usarla per l’ordinaria amministrazione. E la nave va. E la privatizzazione avanza.

May
29

Educazione alla legalità?

postato da marina boscaino in "Riforma" Gelmini

Da fonti differenti (Tuttoscuola; www.dire.it) si apprende la notizia ufficiosa che la Corte dei Conti avrebbe registrato i 3 regolamenti delle scuole superiori. Questo comporterebbe in pochi giorni la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale e – finalmente! – l’uscita dall’illegittimità che si è perpetrata nell’indifferenza di tutti: dal momento della pubblicazione entreranno in vigore.
I regolamenti dovevano essere emanati entro un anno dalla legge 133 dell’agosto 2008 (ben 18 mesi fa, dunque al massimo 6 mesi fa) mentre siamo ancora qui che li aspettiamo, certamente non con ansia, dato lo scippo alla scuola superiore che configurano. Ma con preoccupazione, sì. Perché, al di là delle sorti della scuola che, si sa, non attraggono particolare attenzione, è l’elusione delle procedure democratiche che mette paura.
Non bisogna stancarsi di dire, infatti, che nonostante il ritardo nella pubblicazione e i numerosi pareri negativi degli organi preposti, quei regolamenti SONO GIà ENTRATI IN VIGORE, producendo conseguenze giuridicamente rilevantissime come l’iscrizione degli studenti alle “nuove siperiori” e il taglio degli organici per il prossimo anno.
Gelmini, in una lettera alla “Stampa”, caldeggia che scuola e università tornino “ad una visione rigorosa e – vorrei dire – orgogliosa del loro compito che è quello di creare e trasmettere conoscenza, anche se questo significa in molti casi abbandonare consuetudini alle quali in molti si erano attaccati”.
Le consuetudini sono – ad esempio – il rispetto per i lavoratori, l’esigibilità del diritto allo studio, l’inclusione della diversabilità. Sotto la vena riformatrice (nella quale non è assurdo intuire una sottile ironia) si nasconde ancora la gestione di una comunicazione demagogica e ipocrita, che tende ad inverare realtà attraverso l’uso impudico delle parole.
Quel che è certo, ma sembra colpire pochissimi, è che l’evasione delle procedure legittime è un attentato esplicito alla democrazia nel nostro Paese.
Questa volta è toccato alla scuola. Nel futuro non si sa.

May
26

Comunque la si voglia chiamare (sinergia, complicità?) il rapporto tra politiche scolastiche e stampa nazionale segue vie piuttosto discutibili. Mentre viene annunciata una manovra economica di “lacrime e sangue”, che si abbatterà – come al solito – direttamente o indirettamente sulla scuola (tagli agli enti locali, blocco dei contratti) andando a corroborare la precedente che già ci aveva messi in ginocchio, i media non sanno far altro che indugiare sull’ultima trovata (ministerial-mediatica, appunto) dell’apertura posticipata delle scuola. Basta andare a dare un’occhiata a una qualunque rassegna stampa specializzata e ci si rende conto di come la notizia tenga letteralmente banco. Come se (mi si perdoni la continua ripetizione, ma a me sembra un evento davvero catastrofico e catastroficamente grave) la scuola non si stesse appressando a vivere l’illegittima condizione della “riforma che non c’è”, eppure si fa finta che ci sia. Come se – quasi quotidianamente – in molte parti d’Italia la mobilitazione non stesse continuando, a dispetto dello scorrere del tempo e dell’imminenza della chiusura degli istituti. Come se non si fosse appena abbattuta la mannaia attuale di tagli agli organici che renderanno il diritto allo studio e la qualità del tempo scuola (e dunque il diritto al lavoro, a un lavoro dignitoso) vuote affermazioni teoriche. Come se molti collegi docente non avessero deliberato di non adottare nuovi libri di testo, finché le Indicazioni Nazionali (i programmi) non diventeranno qualcosa più di una bozza, come sono al momento, sulla quale zelanti case editrici hanno stampato i nuovi volumi. Come se non si fosse riproposta la minaccia al tempo pieno. Come se i precari non fossero mai esistiti; o avessero smesso di esistere. Di questi “come se” ce ne sarebbero talmente tanti che rischierei di rimanere al computer per ore. Invece sono le 23.50 e domani, come al solito, ho la prima ora. Buonanotte, con la convinzione mesta che – trovata ministerialmediatica dopo trovata ministerialmediatica – ben presto le scuole smetteranno definitivamente di essere aperte. Un utile consiglio per Tremonti, alla ricerca di soluzioni utili per superare questo “tornante della storia”.

May
24

La mobilitazione paga

postato da marina boscaino in insegnanti

La mobilitazione paga. E’ questa la notizia. Ancora una volta a darcela è la scuola primaria, la cui tradizione di collegialità e di stretto contatto nel patto educativo tra docenti e famiglie rende possibile anche il miracolo laico in questo Paese malconcio e sbrindellato.
Mentre la maggior parte della scuola superiore dorme sonni tranquilli, i resistenti e la scuola primaria continuano flash-mob, assemblee, presidi, mozioni di collegi docenti. La settimana scorsa una delegazione di docenti e genitori, di precari Cobas e Cgil, è stata ricevuta dal Direttore Generale Chappetta dell’Ufficio Organici del Miur. L’incontro è stato fruttifero: sono state smentite definitivamente le voci di tagli al tempo pieno a Roma, che sarebbero attribuibili ad un “errore”. Pertanto, siamo tutti avvertiti: vigiliamo, soprattutto sulle 2000 scuole italiane dove un analogo “errore” sembra incombere. “Disattenzioni” come queste potrebbero passare inosservate nel profluvio di annunci e smentte che caratterizza la comunicazione masmediatico-demagogica sulla scuola (e non solo).

May
16

due mozioni

postato da marina boscaino in "Riforma" Gelmini, insegnanti

In questo periodo girano diverse mozioni di collegi docente. E’ quantomeno strano il fatto che l’anomala mobilitazione che c’è stata in occasione della cosiddetta riforma Gelmini delle superiori (ricordo a tutti che i nuovi regolamenti delle scuole superiori non sono ancora stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale e che pertanto la scuola a settembre dovrebbe iniziare – se fossimo in un Paese realmente civile e democratico – con i vecchi ordinamenti), una mobilitazione sfrangiata, sbocconcellata, frantumata, incapace di unirsi in un movimento compatto, è tuttavia tenace e continua ad essere vitale (con le sue particolari modalità) anche in questa fase dell’anno scolastico, quella conclusiva, la più critica per tutti gli ordini di scuola.
Sottopongo all’attenzione di chi leggerà due mozioni.
La prima dell’Assemblea Difesa Scuola Pubblica di Vicenza:

Al Ministro della Pubblica Istruzione e p.c.

al personale ATA dell’Istituto

al Consiglio d’Istituto

al Comitato genitori

Il Collegio dei docenti dell’Istituto/Liceo …………………………….. , prendendo in esame le politiche scolastiche degli ultimi due anni e i cambiamenti in atto nella Scuola Secondaria di secondo grado, ne rileva i principali aspetti negativi:

* la “riforma”, che nasce dall’ art. 64 della Legge Finanziaria n. 133, risponde solo ad esigenze economiche e non ad un chiaro e approfondito disegno pedagogico,
* le buone pratiche che in passato la scuola ha posto in essere vengono ignorate e cancellate,
* le risorse e le ore di lezione sono tagliate con conseguente impoverimento dei curricoli,
* i tagli agli organici determinano la mancata riconferma di numerosi precari e rendono soprannumerario parte del personale di ruolo,
* le indicazioni nazionali (programmi) non ancora disponibili rendono impossibili la preparazione dei piani di lavoro e la scelta dei libri di testo,
* la mancata definizione delle corrispondenze delle classi di concorso alle nuove discipline creano conflittualità tra docenti,
* gli interventi obbligatori di recupero non possono essere attuati adeguatamente per mancanza di fondi.

Il Collegio dei docenti chiede l’attuazione di veri cambiamenti :

* il considerare l’istruzione una priorità per il benessere e lo sviluppo della società e la Scuola Statale come il pilastro fondamentale,
* una riflessione seria sull’impianto pedagogico e didattico, base di una vera riforma,

* uno stanziamento sostanziale di risorse che valorizzi la scuola e la ricerca in un clima sinergico e non di competizione tra istituti,
* il riconoscimento di pari dignità tra percorsi di studio (licei, istituti tecnici e professionali) e il superamento della netta differenziazione dei curricoli in modo da garantire possibili passaggi,
* la valorizzazione della professionalità degli insegnanti in un contesto solidale e di collaborazione,
* un adeguamento rapido degli edifici scolastici alle norme di sicurezza,
* un numero di studenti per classe che rispetti le norme sulla prevenzione incendi e che favorisca una didattica di qualità

e ribadisce che una buona scuola pubblica:

* è un diritto sancito dalla Costituzione

* è un patrimonio della collettività

* è una opportunità di crescita culturale e sociale per il Paese

documento approvato il …………………… all’unanimità/a maggioranza ……………….

La seconda è la mozione che il collegio di un liceo scientifico in provincia di Caserta si sta accingendo ad approvare:

Mozione del Collegio dei docenti dell’Istituto riunito in seduta straordinaria il…………………

PREMESSO CHE:

• La legge 133/08 prevede in tre anni una consistente sottrazione di risorse pari a 8 miliardi di euro dalla scuola pubblica, determinando un progressivo impoverimento della qualità dell’istruzione, senza alcun progetto didattico;
• in particolare gli ultimi provvedimenti per la scuola secondaria di secondo grado la stanno portando a un punto di collasso e si configura come un attacco al diritto allo studio, costituzionalmente garantito, e al ruolo della scuola pubblica in Italia;
• il piano programmatico del Ministro Gelmini e i relativi regolamenti, riduce il tempo scuola e sconvolge i quadri orari e didattici nella scuola secondaria di secondo grado con l’eliminazione di specializzazioni “storiche”, con tagli indiscriminati alle ore curricolari nelle discipline di indirizzo, con tagli alle attività laboratoriali;

il Collegio Docenti dell’ ISTITUTO ritiene

INACCETTABILE

che provvedimenti di portata così vasta, destinati a cambiare radicalmente un’istituzione fondamentale della società, siano imposti in modo autoritario
• senza un’ adeguata e approfondita discussione politica;
• senza alcuna sperimentazione e verifica didattica.

Inoltre, CONSIDERATO CHE:

- il quadro orario dell’Istituto secondo la manovra Gelmini e
assegnato dal MIUR contiene importanti modifiche rispetto a quello attualmente in vigore;
- ad oggi non sono state pubblicate le nuove classi di concorso né tanto meno è noto a quali classi di concorso verrà assegnato l’insegnamento delle diverse discipline, e quindi non è noto quali competenze siano richieste per tali insegnamenti;
- la annunciata flessibilità oraria del 20% nel biennio e del 30% nel triennio è priva di concretezza perché un eventuale potenziamento di una disciplina è consentito solo con il de¬potenziamento di una o più discipline curricolari;
- le case editrici dichiarano di aver predisposto i libri di testo “al buio”, interpretando univocamente e forse arbitrariamente i nuovi quadri orari, in assenza di contenuti dettagliati per disciplina e consapevoli che tali testi potranno non rispondere alle esigenze didattiche dei docenti;

il Collegio dei docenti dell’ ISTITUTO

RITIENE GRAVE CHE

Il Ministro abbia invitato le scuole superiori a dare avvio al riordino della scuola:
- senza che si sia concluso l’iter legislativo della Legge 133/08;
- senza che i regolamenti abbiano ottenuto il visto dalla Corte dei Conti;
- senza che sia avvenuta la loro pubblicazione in Gazzetta Ufficiale;

E CONSIDERATO CHE:

l’eventuale emanazione della legge sul riordino delle scuole superiori provocherebbe un danno occupazionale epocale, (in Lazio ………docenti nella sola scuola secondaria di secondo grado) con conseguente cancellazione dei posti attualmente occupati dai colleghi precari e incremento del numero dei docenti soprannumerari,

RITIENE ILLEGITTIMA

la C.M. n.17 del 18 Febbraio 2010, che ha dato avvio alle iscrizioni per 1′ a. s. 2010/11, perché mancante dei presupposti legislativi, e ancora perché:
• vengono assegnati i nuovi indirizzi in modo “automatico” dal MIUR, senza tenere conto delle motivate proposte dei singoli istituti, proposte oltretutto sollecitate dallo stesso USR così come previsto dall’art. 13 comma 5 dello schema di regolamento;
• invade le competenze sulla definizione del Piano dell’Offerta Formativa territoriale, che attengono alla Provincia e alla Regione, mettendo in discussione il necessario legame fra la scuola e l’ambito sociale in cui opera;
• ha costretto il nostro Istituto a fare orientamento e a dare avvio alle iscrizioni non essendo chiaro e definito il progetto didattico formativo dell’Istituto;
• ha costretto i genitori alla scelta dei nuovi indirizzi in una situazione di incertezza e il nostro istituto, come tutti gli altri, a non poter proporre un preciso patto formativo ai genitori al momento delle iscrizioni, disattendendo al contempo quello stabilito con i genitori degli studenti già iscritti.

PER TALI MOTIVI IL COLLEGIO DELIBERA DI:

• non compiere alcun atto applicativo di tali provvedimenti fino a quando essi non saranno atti vigenti con forma e forza di legge;
• invitare il Consiglio di Istituto a valutare la possibilità di presentare ricorso contro l’assegnazione degli indirizzi prevista dal Ministero;
• invitare il Comune di , la Provincia di Roma e la Regione Lazio a presentare ricorso contro l’invasione delle competenze in materia di programmazione territoriale dell’offerta formativa;
• sospendere l’adozione dei libri di testo poiché, a riguardo delle discipline d’insegnamento, non si conoscono i contenuti e la loro ripartizione negli anni scolastici.

Si tratta di due esempi molto significativi di come – in due luoghi molto diversi e molto distanti del nostro Paese – si continuino ancora ad esigere, con fermezza, con serietà, con consapevolezza, quei diritti che manovre per lo più illegittime ci stanno sottraendo.

May
09

Firmate, please!

postato da marina boscaino in "Riforma" Gelmini

Tra i molti motivi di violazione al diritto allo studio, al diritto all’ insegnamento (dignitoso), al diritto all’apprendimento e persino – non ultimo – al diritto alla sicurezza, c’è l’aumento, anno dopo anno, del rapporto docente-alunni, che si sta traducendo in classi sempre più numerose, in condizioni di lavoro sempre più proibitive, in situazioni sempre più insicure. Il Coordinamento insegnanti delle scuole superiori di Modena “La Politeia” invita “insegnanti, genitori, alunni, e ogni libero cittadino” a firmare un appello che verrà spedito alla Corte Costituzionale e alle commissioni Cultura di Camera e Senato. Vi rivolgo lo stesso invito: ci vogliono pochi secondi per tentare di attirare l’attenzione su una situazione che rischia di diventare ingestibile e di affossare ulteriormente la scuoal pubblica.
“Alle superiori – si legge sul documento – le classi iniziali devono avere un numero minimo di 27 alunni e poi i resti vengono distribuiti fino a 30, ma in sede di organico di fatto si potrà pure arrivare a 33. Sono numeri – commentano i docenti – che peggioreranno la qualità del servizio e faranno andare le aule scolastiche ed i laboratori fuori norma: sia in riferimento agli indici minimi di funzionalità didattica (D.M. 18 dicembre 1975 – Norme tecniche per l’edilizia Scolastica) che stabilisce i parametri spaziali minimi a disposizione di ogni persona presente nei locali scolastici (1,80 metri quadri netti per la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado; 1,96 metri quadri netti per le scuole secondarie di II grado), sia per la prevenzione incendi (D.M. 26 agosto 1992 – Norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica)” che al “punto 5 (Affollamento) stabilisce il limite massimo di persone presenti in un’aula nel numero di 26)”.
Non c’è bisogno di essere degli insegnanti per immaginare quali possano essere le conseguenze della formazione di classi troppo numerose dal punto di vista dell’offerta formativa. Quello che stupisce è la serenità con la quale – a fronte dei continui proclami nella direzione della centralità dello studenti e del miglioramento della qualità della scuola – il governo non faccia altro che inanellare provvedimenti che – non solo nelle conseguenze, ma negli stessi presupposti esplicitati – si orientano verso obiettivi completamente opposti. D’altra parte far quadrare i conti è estremamente difficile, soprattutto quando si deve raggiungere la cifra di 8 miliardi di tagli entro il 2011. Tagli che, come è noto, insistono soprattutto sulla diminuzione del numero dei docenti (-148.000 nel triennio 2009-11). Aumentando il numero di alunni per classe si formano meno classi e pertanto si devono pagare meno docenti. Il gioco è fatto. E un altro pezzo di democrazia è smantellato.

  marina boscaino

Insegnante militante (insegna Italiano e Latino in un liceo classico di Roma), pubblicista (ha lavorato per l'Unità, ora per il Fatto Quotidiano, occupandosi esclusivamente di politiche scolastiche) crede ancora fermamente all'importanza dell'impegno, della collaborazione, della cultura, della scuola della Costituzione. Fa parte del comitato tecnico-scientifico di Proteofaresapere, dell'associazione Per la scuola della Repubblica. I suoi amori: Lorenzo e Margherita, il suo Mac, la montagna - soprattutto d'estate -, cantare.